Intervista a Manuel Norcini 3Com è l’attore perfetto?
L’attore perfetto è una chimera, non esiste e forse non esisterà mai. Il compito di un attore consiste nel vivere emozioni e trasmetterle al pubblico ma come può un solo uomo conoscere ogni emozione esistente? Dovrebbe, anche in maniera ridotta, averle provate tutte e questo mi sembra improbabile. Quello che più si può avvicinare alla perfezione attoriale sarebbe un artista in grado di “rubare” le emozioni degli altri ed, attraverso la tecnica e la creatività, riproporle a noi spettatori.

Come ti rapporti con te stesso? Dove finisce l’ego?
Quando ero bambino sono sempre stato molto chiuso, non parlavo con nessuno e passavo intere giornate a disegnare. Disegnavo di tutto, improbabili super eroi, mostri squamosi con un occhio solo, scheletri a cavallo, angeli e demoni in lotta e altre creature, e quasi sempre il buono faceva una brutta fine. Non lo facevo per timidezza, come ho creduto per molto tempo, lo facevo perché il mondo al di fuori del mio non mi piaceva. Quando ho capito questo ho capito cosa volevo fare nella vita, far vedere a tutti il mondo in cui “realmente” vivo, che non è questo, e per farlo ho bisogno del cinema, che altro non è che uno strumento. Come un artigiano usa chiodi e martello, i miei ferri del mestiere sono la luce e un buon punto di vista. L’ego è una componente fondamentale della personalità, deve esserci ma come tutte le cose deve essere controllato e in equilibrio con l’amore verso gli altri oltre che di noi stessi.

Intervista a Manuel Norcini 9Forma e contenuto: in che ordine di importanza? Quali sono gli stili che prediligi? Quali i temi?
Se non hai una buona idea il film sarà deludente, eppure anche una buona idea se non è supportata dalla tecnica e dalla bellezza estetica rischia di non arrivare a destinazione, cioè lo spettatore. Non basta avere un buon soggetto per fare un buon film, altrimenti quasi chiunque potrebbe farlo, ma neanche avere una profonda conoscenza della tecnica è garanzia di successo senza l’idea. Le due cose viaggiano sul medesimo binario, alla stessa velocità. Basta che una delle due cose rallenti o non va al passo con l’altra per creare un disastro. Il cinema, come la vita in generale, è fatto di equilibri. Nel cinema, lo sappiamo, sono molte le figure che contribuiscono a crearlo, dal regista all’ultimo dei macchinisti tutti hanno la stessa importanza in questo grande meccanismo, basta che un solo pezzo funzioni male per rallentare o addirittura fermare tutto.
L’arte è lo strumento grazie al quale l’artista riesce ad esprimersi, a far vedere agli altri ciò che ha dentro, sono tanti i motivi che spingono a fare arte ma l’artista prima di essere tale è innanzitutto una persona ed in quanto tale prova tutte le emozioni che una persona può provare e si serve dell’arte per renderle visibili. Personalmente non posso credere che un artista abbia uno stile o un tema prediletto, vorrebbe dire provare sempre la stessa emozione, e questo è contro la nostra natura.
Ci sono artisti che passano tutta la vita sullo stesso stile o tema, lo fanno perché in quello sono bravi e non hanno voglia di mettersi in discussione.

L’arte come catarsi? E cos’altro?
Ogni singola persona su questa terra ha un talento, nessuno escluso, alcuni hanno il dono di comporre delle melodie indimenticabili, altri usano la pittura, altri ancora la danza, ma l’arte non è soltanto questo. Anche un muratore molto capace a suo modo è un artista se quello è il talento che gli è stato dato. Penso che il valore del nostro talento sia dato da come lo usiamo, se viene usato esclusivamente per se stessi allora non ha nessun valore, penso che l’arte nasca nel momento in cui si riesce a regalare un’emozione ad un altra persona.

Perché fotografi? Parlami del progetto sull’India.
Fin da bambino ho sempre avuto un contatto stretto con la fotografia perché mio padre ne è un appassionato. Ricordo che fotografava di continuo ogni volta in cui, nei fine settimana, giravamo l’Italia, essendo lui anche un grande viaggiatore. Probabilmente la prima volta che ho scattato una foto ero talmente piccolo che non lo ricordo. Quindi mio padre ha avuto un ruolo fondamentale nella coltivazione di questa passione, tutt’oggi ci divertiamo a vedere chi tra noi fa le foto migliori. Crescendo ho deciso di concentrarmi sul cinema ma essendo un fissato di fotografia cinematografica non ho mai messo da parte l’amore per la fotografia “classica”. Quello che mi affascina è il fatto di riuscire a catturare una porzione di realtà che non tutti riescono a vedere, perché distratti, o perché non è nella loro natura, perché la bellezza non va creata, è già lì alla portata di tutti, il difficile è riuscire a vederla. Il progetto Bhaarat, che in uno degli innumerevoli dialetti indiani vuol dire solo India, è nato dal desiderio di riportare in Italia una realtà di cui si parla tendenzialmente molto poco. Tutti conosciamo l’India per le sue bellezze naturali, gli straordinari templi e l’affascinante religione ma quanti la conoscono per essere il luogo più inquinato al mondo? Quanti la conoscono per essere il luogo in cui più di due milioni di bambini muoiono ogni anno per infezione? Quanti la conoscono per quello che è veramente? Sono stato tre mesi in India, ed ho a malapena scalfito la superficie di quel muro che nasconde la verità, ho lavorato come volontario nelle case di Madre Teresa e nello slum di Calcutta grazie a persone straordinarie che hanno deciso di dedicare la vita a quelle persone, come Marta Monteleone, fondatrice dell’associazione “a mano a mano”, che con le poche donazioni che riceve da istruzione e cure mediche di base a quella gente che è stata dimenticata dal sistema. Bhaarat è stato il tentativo di rendere le persone in questa parte del mondo un po’ più consapevoli di ciò che accade al di là dei loro smartphone.

Intervista a Manuel Norcini 5Cos’è il cinema?
Oggi il cinema è semplicemente una macchina da soldi, è diventato una fabbrica di proprietà del capitalismo. Come ogni cosa bella è stata distrutta in nome del denaro. La responsabilità di questo non va attribuita al capitalista, che per sua natura non conosce altra forma di piacere che quella di accumulare soldi, ma a noi altri. Abbiamo deciso di attaccarci alla grassa mammella dell’industria senza porci nessuna domanda, siamo pecore che seguono altre pecore, esseri lobotomizzati addestrati a non pensare, perché il pensiero è un male per gli affari. Gli abbiamo lasciato fare un così buon lavoro che oggi non c’è più soluzione, e i pochi che ancora resistono vengono etichettati come pazzi. Ma la fortuna vuole che la speranza sia l’ultima a morire, perché finché questi “pazzi” continueranno a resistere l’arte vera non morirà. La domanda giusta sarebbe un’altra: cosa DOVREBBE essere il cinema?

Scrivere sceneggiature: che differenza c’è nello scrivere per se o su commissione?
Quando scrivo una sceneggiatura immagino subito come la scena andrà girata, il processo di scrittura della storia e l’aspetto tecnico nascono nello stesso momento. Questo è senza dubbio un bene quando sei il regista della storia che scrivi ma può essere fastidioso quando il regista è un altro. È come affidare la donna che ami ad un altro uomo sapendo che non la tratterà bene come faresti tu, è frustrante. Generalmente ho la tendenza a scrivere per gli altri quelle storie che io non realizzerei e tengo per me le più intime in attesa di poterci lavorare.

Cinema industriale e cinema indipendente…credi esista una via di mezzo?
Torno a ripetere che la vita è una questione di equilibri. Oggi, purtroppo, l’ago della bilancia pende dalla parte del cinema industriale, risponde meglio alle esigenze di un pubblico sempre più pigro che vuole solo distrarsi dai problemi della vita. Il cinema indipendente è l’ultima salvezza per chi vuole qualcosa di più che esplosioni e automobili che in realtà sono robot che originariamente erano automobili venuti da un altro pianeta (Il senso di confusione della frase detta poc’anzi è voluto: assomiglia alla superficialità del cinema attualmente distribuito in tutte le sale). Spesso però il regista indipendente non ha i mezzi per poter realizzare storie che varrebbe la pena di raccontare, così si è troppo spesso costretti a “ridimensionare” le ambizioni, andando a discapito della storia stessa. La via di mezzo esisterebbe se invece di ostacolarsi a vicenda gli artisti si aiutassero, in questo modo si crescerebbe insieme e ne guadagnerebbero tutti.

Intervista a Manuel Norcini 1E la perversione? Cos è la perversione nel cinema?
Viviamo in un mondo fatto di regole, schemi sociali e convenzioni, spesso non ne capiamo il senso ma accettiamo passivamente questi comportamenti e chiunque rompa questi codici viene definito “strano”. Seguiamo così tanto le regole che siamo arrivati al punto di non riuscire più a comunicare. Si è vero, siamo costantemente collegati, attraverso internet, i cellulari, i social network, ma abbiamo perso la capacità di parlare davvero alle persone. Una vecchia canzone diceva: “[…]le persone parlano senza dire niente, sentono senza ascoltare, lo senti il suono del silenzio?”.
La perversione è un comportamento diverso da quello dettato dal senso comune, ma non è proprio questo tipo di comportamento che ha portato l’uomo a fare scoperte sensazionali? La storia è piena di esempi di uomini che hanno infranto le regole per arrivare dove nessun altro era mai arrivato, anche a costo di essere emarginati o peggio. La perversione nel cinema sarebbe un gran bel traguardo, arrivare a conoscere in modo così accurato ogni regola, ogni schema, da permettersi di abbatterli tutti.

Dove sono finiti gli spettatori?
Siete mai stati in un allevamento industriale? Quando entrate in un posto del genere siete invasi da un senso di morte indescrivibile. Centinaia e centinaia di animali accalcati l’uno sull’altro, incapaci di muoversi e talvolta anche di stare in piedi. Tutte quelle bestie sono lì inconsapevoli in attesa di essere uccise per gonfiare le tasche al potente di turno. Non si ribellano, non lottano, non cercano di fuggire, hanno gli occhi vuoti e anche se gli mostri la via di fuga non si muovono perché non sono stati abituati ad essere liberi, non lo sono mai stati. Ora, non voglio arrivare a paragonare lo spettatore odierno al bestiame da allevamento intensivo ma dovete ammettere che, se ci pensate bene, non c’è molta differenza.