di Marco Sigismondi


Il secolo del Re CremisiCorsero troppo forse, per questo si stentava a capirli. Ma come biasimare chi storse il naso? Immaginate di andare ad una concerto che si fregia del nome di King Crimson. Immaginate di cercare con lo sguardo il tanto atteso leader Robert Fripp ed immaginate di scorgerlo finalmente seduto dando il fianco al pubblico semi-coperto da strumenti e marchingegni vari. Sì, forse anche voi avreste storto il naso e li avreste lasciati lì a suonare per quelle cinquanta persone in estasi. Poi vi sareste chiesti cosa ci vedessero quelle cinquanta persone nella loro musica.
La risposta l’avreste avuta solo trent’anni dopo. Quelle cinquanta persone non riuscivano certo a stare al passo con i Crimson già proiettati nel futuro, ma qualcosa intuivano. A sentirli oggi sembrano ancora troppo originali, troppo tecnici, troppo complessi. Difficile era per il concertista di turno stare dietro alle manie di perfezionismo di Robert Fripp ed altrettanto difficile sembra esserlo per l’ascoltatore. Come si fa ad ascoltare una musica dove il rock di Rolling Stones e Jimi Hendrix si mescola alla musica classica di Gustav Holst e Bela Bartòk? Come si fa a star dietro alle loro tematiche, alle poesie onirico-visionarie di Peter Sinfield (per i primi quattro album, quegli più rappresentativi)? Forse non è ancora possibile, forse ci hanno lasciato indietro i King Crimson. Alla musica semplice.
Sono una persona che si vanta di apprezzare musica complessa, che digerisce Rachmaninoff e Sostakovič, ma ammetto che la prima volta che mi misi di fronte a In the court of the King Crimson rimasi piuttosto sconvolto e dovetti impiegare almeno 10 ascolti per poter dire di cominciare ad apprezzarli. Forse rimangono ancora troppo avanti per i nostri tempi, o perlomeno lo sono stati per i loro; ma l’essere avanti è una qualità che condividono con gente quale Beethoven, mica il primo che capita.