di Luca Torzolini e Daniele Epifanio

In un nascosto paese del Lazio, immerso nella poesia che la natura costantemente e gratuitamente ci dona, siamo andati ad incontrare Fabio Piscopo, pittore figurativo e scultore fiorentino. Un artista che non definisce le proprie produzioni artistiche come “opere” bensì come “realizzazioni” e che racconta con un sincero sorriso sulle labbra di quando, in seconda media, bravissimo in tutte le materie, venne rimandato a causa della sua insufficienza in disegno: “il bello è che avevo già deciso di frequentare in futuro solo ed esclusivamente il liceo Artistico come scuola, volevo imparare a disegnare […] nell’opera, quadro,  scultura, ceramica non metti l’oggetto, bensì un tuo pensiero. Per trasmettere tale pensiero però, devi essere in grado di formulare un discorso. Ad esempio, nel linguaggio parlato per saper formulare un discorso non puoi solamente saper spiccicare l’italiano, devi conoscere la sintassi, la grammatica, un poco di etimologia delle parole; insomma devi avere un minimo di formazione così da essere un bravo comunicatore. Nell’arte figurativa gli strumenti sono diversi ma il concetto è sempre quello. Sapendo che tutto ciò che m’insegnavano non era propriamente definibile come arte, mi sono iscritto al Liceo Artistico: volevo poter padroneggiare gli strumenti da utilizzare per esprimere ciò che volevo esprimere.”

Intervista a Fabio Piscopo 1

Fabio, qual è il messaggio della tua arte?
Per me che ho scelto di comunicare attraverso “il segno” è un po’ difficile dirlo a parole.
In ogni mia realizzazione però vi è l’umanità, al centro di tutto c’è l’uomo. È inutile andare a ricercare altri benesseri all’interno della vita se per primo si esclude il rapporto con gli altri uomini. Il messaggio potrei definirlo come “amore”, nel senso grande del termine. Non come quello che nasce tra un uomo e una donna o nella sua accezione carnale, bensì nelle interazioni tra tutte le persone. Se ci fosse questo tipo di sentimento tra tutti gli uomini, il politico, dall’alto della sua posizione, farebbe gli interessi di tutti e ognuno, concorrendo al bene dell’altro, concorrerebbe anche al proprio: nessuno cercherebbe di fregarsi. Questo è il mondo ideale che noi chiamiamo “utopia”, ciò però non significa che non potrebbe esistere.

L’arte per te è un fenomeno sociale o naturale?
Io credo che l’arte sia insita dentro ciascun individuo, tutti al momento della nascita hanno la creatività insita nel proprio io o nella propria testa. Poi per un motivo o per un altro c’è chi la mantiene e c’è chi invece la soffoca e ciò accade nei primissimi anni di vita, quando si è ancora bambini. In seguito ci sono momenti in cui da fastidio avere questo cervello, questo “io creativo” e dunque ci si adegua alla società, ci si adegua alla normalità per avere una vita meno contrastante e meno contrastata. Invece c’è chi quest’arte la coltiva, chi vive bene dentro questo “io diverso” e che dunque coltiverà la propria predisposizione innata sviluppando il senso artistico, il senso critico e imparando ad accettare i disagi e le bellezze che la vita ci offre…
La vita da artista… sai, delle volte mi ritrovo a parlare con gente che mi dice <<beato a te che fai questo, beato a te che hai scelto di vivere così, beato a te che puoi fare quello che ti pare…>> la domanda che mi viene sempre spontanea è <<ma perché non lo fai anche te?>> loro dicono <<ah no… io ormai…>>: bene questa è la negazione dell’arte, quando uno dice <<io ormai sono distrutto>>, ma chi t’ha distrutto dico io? Una persona può riprendere la propria creatività anche se per 20-30 anni l’ha rinnegata. Ci vuole un minimo di coraggio… neanche molto in fondo, certamente non pari a quello di cui si ha bisogno per affrontare una malattia.

Qual è una delle tue più profonde paure da sempre?
Forse la banalità. Ritrovarmi a essere piatto e non avere, la mattina quando mi sveglio, più nessun entusiasmo. Pensare che quella mattina sarà uguale all’altra…
Ad esempio, mi ha sempre spaventato il così detto “lavoro giornaliero”, senza un minimo di emozione, diversità o creatività nei confronti della giornata. Mi angoscia l’idea di ripetere il gesto, di partire, di andare, di tornare, di vedere, di mangiare, di dormire per poi ricominciare da capo sempre lo stesso ciclo… vivere dentro questo senso di noia per poi arrivare sino alla vecchiaia e alla morte. La maggior parte delle persone arriva in fondo alla vita non vivendo più, sono già morte prima; sono morte dal momento in cui hanno iniziato la famosa “carriera”: la carriera del lavoro, della famiglia o dei rapporti con la società… questo modo standard di vivere.

Possono esserci compromessi nel corso dalla vita?
No no no…. Compromessi non devono esserci, assolutamente. Se hai un compromesso e un senso della vita creativo prima o poi questo compromesso ti crolla, o crolli te o crolla lui. Non ci devono essere compromessi ma una chiarezza totale, poi le persone che ti stanno accanto ti devono accettare o non accettare per quello che sei. Non bisogna poi essere spaventati dalla solitudine poiché, se vissuta coscientemente, non è solitudine quanto pienezza del proprio essere. Quando una persona impara a vivere bene nella propria solitudine, vive benissimo anche insieme agli altri.

Intervista a Fabio Piscopo 2

Cosa significa per te “sperimentare”?
Prima di tutto la sperimentazione è una distruzione di ciò che sai e di ciò che ti è certo. Io ho delle sicurezze, dal momento in cui violento queste sicurezze, ho la possibilità di scoprirne di nuove. Quindi la ricerca è non aver paura di andare oltre il conosciuto, oltre il certo, oltre ciò che da sicurezza e pane quotidiano.

Cos’è la “perversione”?
La perversione è tutto ciò che è contro la naturalezza. Uno che si abbuffa di pasta asciutta è un pervertito o uno che si abbuffa di vino è un ubriacone, mentre gustare un bicchiere di vino è un’altra cosa; anche nel sesso è così. La perversione è sempre qualcosa che va oltre il naturale. Non credo che in natura essa esista, dunque se vai contro ciò che è naturale, vai contro la tua stessa natura.

Se mancassero 6 ore alla fine del mondo, cosa faresti?
Mhà… guarda penso che continuerei a fare quel che sto facendo. Effettivamente sono diversi anni che penso alla mia fine e sono dunque diversi anni che penso a gustarmi ogni momento, invece di continuare ad affrettarmi. Se dovesse finire il mondo tra sei ore, credo che rallenterei ancora di più, proprio per gustarmi ogni secondo di quel che sto facendo, perché tanto correre sarebbe inutile.

Spenderesti tempo anche per aggiustare quella mattonella incrinata?
Ahahah… Beh se mi trovassi nel momento in cui la sto aggiustando finirei di farlo. Non importa se aggiusti una mattonella o fai un quadro, tanto è la stessa cosa, arriva la fine no? L’importante è che quel che stai facendo tu lo viva… non è che cosa fai ma come lo fai.

Credi che le cose finiscano?
Si, un’opera finisce… ma solo perché ne deve iniziare un’altra. Lo stesso è per il rapporto con le persone. Quando un rapporto finisce è sempre una cosa orribile, un rapporto non dovrebbe mai finire, perché poi rimangono solo rabbia, rancore ­­­­e negatività; il rapporto dovrebbe evolvere. Il finire di una relazione dovrebbe essere il suo trasformarsi. Ad esempio, posso avere un rapporto amoroso o sessuale molto stretto con una donna, poi improvvisamente esaurirlo, per tanti motivi dipendenti o meno dalla volontà di entrambi, però questo rapporto dovrebbe rimanere vivo, rimanere costruttivo, dovrebbe percorrere un’altra strada rimanendo però sempre in cammino, un cammino evolutivo, in avanti.
Il rapporto che finisce è stato un avanzamento, un qualcosa che ha accresciuto la tua personalità… perché distruggere qualcosa che ti ha arricchito?