di Pietro Pancamo

(e-mail: pietro.pancamo@alice.it)

Prima Parte

I

Salve, lettore. Io sono un novelliere o giù di lì, e devo darti una notizia: il nostro è morto da tipo strano.

In che modo e dinamica, mi domandi?

… Tra poco ci arrivo…

Per il momento, inizio a raccontare.

II

Dall’acqua che in città si essicca al sole arido, si ricavano sempre macchie irregolari d’asfalto umido, sulle quali procedere con attenzione… e suole, magari, di gomma. (Sicure, voglio dire: “contrarie”, cioè, ad ogni scivolone).

Però il nostro, a rovescio estivo ed operante, era uscito in ferie indossando ai piedi mocassini leggeri, un poco sformati e di pelle bovina in tutto; per cui, ora, a gocce ferme – e dando il braccio al suo ombrello scolorito -, camminava non sul velluto… ma sul cuoio.

Intanto, col passo ironico e lento del gran signore annoiato, ritornava a zonzo verso casa (il suo villino periferico, quadrifamiliare), continuando a ricevere – via pupille – una serie di immagini squallide e pomeridiane, che gli giungevano insistenti (a stretto giro di malinconia) con l’obiettivo di mostrare, al suo animo, scorci edilizi di condomini al caldo, e d’alberelli esposti al cemento.

«È roba da ecologisti, non da me… », pensava di rimando, fra indolenza e rabbia, com’è proprio degli ironici. Perché in realtà non un amante del verde minacciato – o stento -, ma un intellettuale, votato all’autoconoscenza: ecco, il nostro, che cos’era. Non a caso, a far data da una vita intera, ingannava il tempo (ed il lavoro in genere) scrivendo raccontini introspettivi, che redigeva d’impegno sulla facciata, posteriore e bianca, delle pratiche d’ufficio.

Oh, li componeva col sudore della mente, mosso dal tentativo (moral-psicologico) d’esplorare a pieno la propria identità. E dopo anni a strumentalizzare i computer aziendali – regolarmente usandone l’E-Mail allo scopo di spedire il frutto della sua penna a siti e riviste varie – adesso il nostro sapeva di sé ogni particolare. Minimo ed esistenziale!

III

Che risultato!

No, di più: che successo!

Ch’è successo, poi? Dopo l’acquisizione dell’“autodimestichezza”… totale? Beh, per conseguenza, un disturbo ininterrotto.

IV

«Il mondo!» – proseguiva a riflettere il nostro, dirigendosi indietro, cioè a casa – «Il mondo al completo sì, che sarebbe per me… se il fare, dire o guardare non mi disgustasse, ormai, di noia. Che colpa ne ho, d’altronde… una volta imparata di tutto punto la mia personalità, son passato al mondo. Solo che – sfortunatamente – già ero così intriso di me stesso, che qualunque cosa finiva semplicemente per non parlarmi d’altro, che di me stesso, stesso.

Che palle! Grosse come Giove…

E persino questi palazzi, attorniati di pianticelle rade, mi sembrerebbero all’istante – se decidessi di guardarli ancora – tanti sosia del mio corpo, del mio cuore… e di ciascuna mia parte, insomma, fisica o spirituale».

Stomacato da una simile evidenza, ipotizzata ma concreta, il nostro s’arrestò di getto. Poi, complice un impeto di nausea, si coprì gli occhi con le palme aperte.

«No, no!» – provvide a lamentarsi, con la voce endovena del cervello – «Non ne posso più… nemmeno uscire, per addentrarsi apposta nel folto dell’acquazzone, è servito a scuotermi dalla noia, o a divertirmi come da bambino… Ne deriva, innegabilmente… che non ne posso… davvero più!».

E dallo stato d’ironia conclamata (in cui s’era trovato fino a poco prima), il nostro – benché ora, a sfogo silenzioso e sottotraccia terminato, riprendesse a camminare con stabile senso dell’equilibrio e del moto – decadde, lungo tirato, ad una condizione estrema di stanchezza marcata e soffocante.

Seconda Parte

V

È notte, nel mio racconto.

Come?… Ah sì, hai ragione: la notte è di indole discreta e riservata. Ecco perché si mostra solo quando il giorno è tramontato, con la luce appresso.

VI

Alle due del mattino presto, l’appartamento del nostro è ovviamente sprangato e “ostruito” a chiave. Ma la porta, che così egregiamente sbarra l’ingresso (vietandolo a ladri e delinquenti), non può certo resistere ai tutori dell’ordine. E la serratura, per quanto si ostini, vien forzata alla fine… forzata a cedere!

L’ispettore Sam Moritz entra allora di lena e, tappatosi il naso con un fazzoletto robusto, indica agli agenti: «Il morto che ci hanno segnalato, dev’essere di là».

I poliziotti scattano immediati e, obbedendo al dito fisso e intento del loro capo (o più che altro lasciandosi guidare dal tanfo “energumeno”, che invade tutta l’aria dell’alloggio), in un attimo scovano il nostro, adagiato marcio in camera sua, sulle lenzuola composte di un letto in pratica a lutto.

«Che strano» – parallelamente chiacchiera, ritta in piedi nel salotto, la dottoressa Killaire (cioè un medico legale assai tornito, e dalla mente sempre attiva) – «Che strano… Che strano», ripete, assorta e concentrata.

«Cara, un indizio per caso!?» – s’interessa d’un baleno l’ispettore – «Hai notato una traccia, magari, che ci spieghi la salma e gli ultimi istanti della sua esistenza?».

«No» – risponde il medico, mentre spifferi acri le abbordano sgraziati le narici – «Mi stavo solo chiedendo perché i cadaveri puzzino orrendamente».

La voce della donna si chiude, a questo punto, in un mugolio investigativo di riflessione carsica (ossia intima, interiore), all’improvviso amplificato in urletto esclamativo, da un’intuizione illuminante: «Ah!» – trilla, dunque e deduttiva, l’acuta dottoressa – «Forse perché, essendo morti, non possono lavarsi?».

VII

Dài: lo so che è una stupidaggine! Ma non c’è bisogno di scandalizzarsi… Perché, santo Dio, cosa pretendi da una tizia che, all’università, ha sempre affrontato gli esami con poco impegno e belle gambe. Si capisce poi che al lavoro (l’avevano assunta in un ospedale, dopo la laurea) ne uccidesse più che Bertoldo in Francia. E proprio da qui il soprannome: dottoressa… Killaire!

… Dici sul serio? Credevi che si trattasse di un nome autentico?! Macché: è un gioco di parole con Kildaire, il primario quello famoso, quello del telefilm.

A ogni modo però, trascuriamo, adesso, saldamente la cerusica ignorante, perché in tutta sincerità non è per nulla l’argomento di cui desidero narrarti ora; e anzi, visto che me l’hai domandato fin dall’inizio, passiamo oltre e ritorniamo ad altro: la morte atipica del nostro.

VIII

Per togliersi da quel pomeriggio assolato di ex-pioggia, e “rimpatriarsi” stanco all’ovile quadrifamiliare, rincasò facendosi strada con le chiavi.

Dopodiché, amareggiato dalla noia di mobili e pareti – che in compagnia di quadri, maniglie, lampade, poltrone (ma pure suppellettili d’ogni genere e numero) non smettevano in massa di ribadirgli se stesso, proprio come i palazzi e i tronchicini smunti di poco prima -, avvertì la malinconia avvicinarsi efficace, fino ad accelerare in lui gli spasmi di stanchezza. Una stanchezza sempre più simile alle specifiche del sonno; e che, negatagli la cena, lo spedì al lenzuolo con brutalità, schiacciandolo a contatto con l’ecletticità dei sogni.

Ma, naturalmente, nulla è più abile di essi ad illustrarci scrupolosamente, e ripeterci a menadito, la nostra identità. Così, per quanto nel corso del buio e della testa si succedano (di norma) continuamente varie – le situazioni e fantasie oniriche – il nostro, presenziandovi o assistendovi in subconscio, mortalmente e vivamente s’annoiò.

E mentre il numero dei sogni s’espandeva, la noia s’ingrandì con moto direttamente proporzionale, rendendo il sonno man mano uguale a un coma (in soldoni: d’ora in ora, più profondo. E poi, irreversibile). Effetto terminale: per diciannove giorni – comunicanti, adiacenti e progressivi – il nostro non si svegliò.

Come unico segno di vita diede un lezzo di morte, “in base” al quale i suoi inquilini decisero alla fine di chiamare la questura.

IX

Come mai morì soltanto quella volta lì, e non prima? Perché di regola teneva sul comodino un orologio ad orologeria (una sveglia intendo!).

A che gli serviva? Ti spiego: quando a mezzanotte si coricava, subito lo puntava sull’una dell’ora successiva, procurandosi – dopo sessanta minuti – uno scampanio micidiale.

Sconvolto dalla soneria, il nostro ovviamente sobbalzava e, acchiappata la sveglia, la ricaricava sulle due, fra sospiri e cervello pesto. E alle due, sulle tre. Alle tre sulle quattro. Alle quattro, sulle cin… Scusa?… Un rito, già… una cerimonia precauzionale che gl’impediva di sognare troppo, sottraendolo quindi ai rischi di estinzione; e che si concludeva, di preciso, alle sette.

La giornata, poi, un tormento di noia e fatica, aggravato pure dai raccontini all’ufficio, ormai anch’essi “tediofori” e pesanti.

Forse… Forse è meglio… molto meglio – non pensi? – che quella volta, esasperato (suppongo) dalla vita penosa cui s’era ridotto, abbia omesso la sveglia sull’una le due le tre eccetera, preferendo diventare… morto e decomposto.

X

Col medico legale che gli cammina accanto, l’ispettore entra nella camera del nostro.

È ingombra di poliziotti alle prese coi rilevamenti, ma il dato più lampante è l’odore rancido di carni allo sbando.

«Bene ragazzi, fate largo alla dottoressa!», Moritz annuncia, agli agenti assiepati intorno al letto. Poi con un sorriso, e girando la testa verso la donna che lo scorta, «Cara, eccoci qui dinanzi al corpo» – commenta garbato – «Confesso che non è bello come il tuo; però ti prego: dagli comunque uno sguardo».

«Che schifo», mormora tra sé, la Killaire abbacchiata.

«Che schifo e che bastardo!» – aggiunge inviperita, fissando l’ispettore – «Io, che per starti più vicina ho lasciato il mio ospedale (nonché una brillante carriera di chirurgo), venendo difilato a prestar servizio nel tuo distretto, mi aspettavo (in cambio di tanto amore) che tu mi portassi… non so… al museo per esempio, al cinema, o meglio ancora alla boutique. Invece… solo queste schifezze mi porti a vedere! Queste carogne, antigieniche e puzzone!».

«Ma cara, è il tuo lavoro», si giustifica Moritz, intimidito.

«E chi se ne frega» – s’indigna la Killaire – «Fattelo da te!».

«Tesoro… » – media l’ispettore con piglio diplomatico, cercando d’ignorare l’imbarazzo che gli creano gli agenti circostanti, e tutti alacremente all’erta – «Tesoro, se ti prometto teatro e ristorante per una sera imminente delle prossime e future, tu adesso me lo esamini il cadaveruccio? E su! Ti sei perfino ricordata di portarti la borsa coi ferri del mestiere!».

«Uff» – accondiscende la dottoressa, sbirciando con ribrezzo il nostro, che giace asfissiante a far brutta mostra di sé – «Però, se proprio devo cedere, tu almeno abbi l’amore, Sam, d’arieggiarmi il naso, aprendo la finestra di questa camera fetente».

«Subito, cara: in un batter d’ali!», vola l’ispettore, avventurandosi leggero ai vetri da spalancare.

XI

E fuori c’era una pioggia tale, guarda, che le strade parevano selciate d’acqua. Inoltre…

Che c’è, dove vai? Via? Ah, siccome la tua curiosità di partenza sul modo e la dinamica è stata ormai esaudita e risolta, pensi di andartene…

D’accordo… allontanati pure… Vuol dire che questo mio raccontino in corso, è da considerarsi esaurito, allora.

Infatti, senza un lettore, non c’è alcun motivo di… finire o continuare.

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