di Luca Torzolini

Il medium bastardo - Intervista a Vincenzo De Cesaris 2

Cos’è un fumetto? 
Emozione, riflessione, evasione, non ci sono limiti se non in chi crea: il fumetto è tutto questo e molto di più, come lo sono tutti i modi di raccontare. È come la Viennetta, un media semifreddo: da un lato non grava il lettore del fardello di costruire tutto nella sua testa (come in letteratura), dall’altro richiede comunque un massiccio intervento cognitivo e di attenzione, al contrario del cinema dove devi solo star seduto e beccarti quello che ti arriva. Vedo nel fumetto l’anello mancante fra le due arti, un ibrido bastardo, l’equilibrio perfetto di quell’alchimia narrativa che in molti cercano da decenni e non si accorgono di avere sotto il naso.

Qual è la difficoltà nel ricreare il movimento in un fumetto? 
Per un autore in realtà non molta, poiché il processo è tutto a carico del lettore: sta in questo la vera chiave che fa funzionare un fumetto, quello che Scott McCloud codificò come closure, ossia il potere della mente umana di riempire i vuoti e ricostruire insiemi partendo da dettagli. L’abilità di chi disegna in questo caso sta nel saper catturare quei precisi istanti che permettano una corretta e sicura interpretazione di cosa sta succedendo, e il rischio di disorientare è sempre in agguato.

Chi sono i tuoi maestri, a chi t’ispiri? 
Ce ne sono molti, troppi: in generale coincidono anche con le letture chiave della mia crescita. Mark Bagley, Jim Lee, passando per mostri sacri come Moore e Morrison o Ennis e Gaiman; dal delirio psicotico di Mack e Sienkiewicz al realismo ossessivo di Otomo o Yamamoto, senza dimenticare vecchie colonne come McCay, Eisner, Kirby, Frazetta, Moebius… Davvero, sono troppi.

In cosa consiste per te sperimentare? 
Molte volte corrisponde al mettere in gioco senza freni la parte più nascosta di sé e vedere cosa succede: il difficile è lasciarla libera. Accade a volte che si diventi troppo metodici per la sensazione di conforto che conferisce il fare le cose sempre allo stesso modo, e dunque si abbia paura di rischiare: bisognerebbe sperimentare lasciando tutto questo da parte… e quando capita, è sempre un’occasione d’oro per conoscere un po’ di più il medium. E se stessi.

Continuity o graphic novel? 
Vale l’adagio di Twain: la continuity mi piace per il clima, la graphic novel per la compagnia.

Come si crea un personaggio, e come si caratterizza? 
Bella domanda. In tanti sono convinti che per fare un buon personaggio ci sia una ricetta precisa, indicazioni da seguire, caratteristiche da dosare come nella scheda di un gioco di ruolo: è il caso, neanche troppo nascosto, di molte serie di stampo bonelliano, con caratterizzazioni che sembrano a volte posticce e contraddittorie. Per come la vedo io, un buon personaggio è tale quando coinvolge, e lo fa mostrando i suoi difetti e la sua umanità, un collegamento con il lettore anche negli scenari più fantastici ed inverosimili. Forse per questo non riesco a identificarmi in Dylan Dog, un lunatico che tromba come un riccio e dopo trecento e passa numeri di incontri occulti ancora non crede ai fantasmi; ripenso invece ai children di Evangelion, alla maniera geniale in cui la loro trinità rammentava al pubblico in modo crudo e impietoso i loro lati più bassi e meschini. Era un pugno allo stomaco, ma almeno ti davano qualcosa.

Narrazione con o senza balloon? 
Il tempo ha ampiamente dimostrato che in un fumetto, nonostante lo stesso nome, la nuvoletta non è una presenza obbligata: molte volte la scelta del muto, al contrario, schiude una potenza espressiva ed emotiva di gran lunga superiore. Ovviamente tutto sta nella scelta di cosa si vuole raccontare, ogni strategia narrativa deve essere al servizio della storia.

Il medium bastardo - Intervista a Vincenzo De Cesaris 1

Il tuo prototipo di supereroe?
Non saprei dirti… l’importante è che sia “super”, che si innalzi da mediocrità e limiti mortali. I supereroi, anche se sembra strano, sono un’eco neoclassica, la versione moderna e cellofanata di un pantheon che un tempo apparteneva alle divinità greche e nordiche: Flash come Mercurio, Superman come Apollo. Basta guardare dove si localizza la loro nascita: nel dopoguerra di inizio novecento l’uomo medio, sempre più piccolo di fronte alle conquiste della scienza, in fuga dallo spettro di guerre e catastrofi e succube delle dottrine pragmatico-nichiliste, aveva bisogno nuovamente di qualcosa in cui credere, di pensare che l’umanità fosse ancora capace di grandi cose. La creazione di questi nuovi semidei, ormai radicati nell’inconscio collettivo, era una passo più che logico per colmare ed esorcizzare quest’ansia di impotenza. Poi opere come Watchmen o The Autority, scavando nel loro torbido, li hanno avvicinati più a noi.

Quali sono i limiti del fumetto? E le sue peculiarità uniche?
Per quanto mi riguarda l’unico limite del fumetto è che non può materialmente prenderti a pugni in faccia, tutto il resto lo sa fare egregiamente. La peculiarità sta nel rapporto intimo che instaura con il lettore, e nella profondità con cui una buona storia può cambiarti, se decidi di aprirgli il cuore.

Cosa c’è dopo il The End?
Sempre, rigorosamente il punto interrogativo.
Il vero finale non esiste.
Non c’è mai stato.
(sipario)

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