di Guido Fabrizi

http://guidofabriziraccontibrevi.wordpress.com

 

 

La mia penna ha le ore contate

Dopo una nottata passata ad imprecare e lamentarsi a causa di un vecchio molare marcio, Aldo decise di recarsi in farmacia all’apertura mattutina per fare una cospicua scorta di antidolorifici, di cui era rimasto sprovvisto, di quelli che spaccano il fegato, perforandolo da parte a parte come una revolverata consigliata dalle migliori case farmaceutiche. Per tutto il percorso premette con l’indice sulla guancia, in corrispondenza del dente agonizzante, sperando di annientare il dolore con una brutale pressione, quasi cercando di cavarsi il dente dall’esterno. Gli occhi marci, la bocca fetida, la pelle unta dal sudore ed un odore d’ammoniaca, simile a quello di un cadavere. Barcollante, scese dalla sua vecchia Fiat Ritmo, parcheggiandola di traverso rispetto alle altre auto. Entrò in farmacia dondolante e a fatica; dopo aver preso il numeretto raggiunse una poltroncina bassa dove, lasciandosi sedere, trascinò con sé lo scaffale dei preservativi. Mentre imbarazzato raccoglieva le decine di scatolette, gli apparve una donna dalla bellezza eterea, slanciata, elegante, come se da sempre i suoi geni fossero stati nobili, raffinati, appartenenti di diritto ad una realtà superiore, elitaria, fuori dal comune e dai canoni di bellezza. Quando si dice “una classe innata” che immediatamente ti fa comprendere l’appartenenza ad un livello sociale elevato e abbiente di denaro, cultura e potere. Lunghi capelli lisci e biondi come il grano e morbidi come la seta. Che luogo comune… Aldo avrebbe voluto definirli come un punto di biondo fra Barbie e la Principessa Sissi, ma preferì un “biondo paradiso”. Un volto dai lineamenti perfetti e dagli occhi espressivi, quasi regali. Un sorriso di stampo positivo e affascinante che lasciava delicatamente affiorare una dentatura di perle tahitiane. Un’anima non appartenente al mondo brutto, sporco e cattivo della miseria, delle beghe, delle nevrosi, della povertà dalle incolmabili solitudini, della disperazione di una vita che scorre senza riuscire a darle un senso. Una mannequin dell’anima e dell’estetica, vestita di savoir faire e Chanel, comprato in ogni angolo dei continenti. Insieme a lei le sue due piccole figliole di sei anni circa, gemelle dagli stessi capelli della mamma, biondo regale, vestite con gli stessi graziosi vestitini. Vivaci come l’intelligenza della madre che, di tanto in tanto, proferiva una nota di moderazione, probabilmente in madre lingua inglese, mentre parlava con la dottoressa che si trovava dall’altra parte del bancone. Le piccole si rincorrevano così velocemente che ad Aldo era quasi impossibile vederne i lineamenti. Solo di una, che si era fermata e seduta su di una poltroncina di fronte alla sua, ne vide la bellezza principesca, simile a quella materna. Un’adeguata delfina dagli occhi tristi… L’altra, in continuo movimento, girava e rigirava intorno ad una colonna della farmacia e veniva richiamata di frequente dalla mamma, alla quale non dava molto ascolto. Ad un certo punto la piccola, non più alta del bancone, si avvicinò alla madre per chiederle insistentemente qualcosa: iniziò a tale scopo a strattonarla dalla manica del trench maxi Armani alta moda. Tirava come chi cerca di attirare su di sé qualcosa di più di una semplice attenzione. In questo tira e molla disperato, ad un tratto, mentre la dottoressa si allontanava per prendere le medicine richieste, con un gesto fulmineo, quasi invisibile, come un camaleonte cattura la sua preda con la lingua, la madre cambiò espressione e, digrignando i denti come un animale all’attacco, diede una sberla micidiale sul volto della bambina. Uno schiaffo che non finiva nel suo naturale gesto, ma continuava a comprimere il piccolo viso contro il bancone contundente, fino all’arrivo della dottoressa che ritrovò un’atmosfera di serenità sorridente, contraddetta solo dagli occhi bassi della piccola. Quasi come se non fosse successo nulla, dopo aver accennato ad una espressione repressa di pianto, la bambina si avviò verso Aldo che aveva osservato tutta la scena. Man mano che si avvicinava, Aldo si rese conto che la gemellina aveva qualcosa di diverso dall’altra. Pur essendoci una somiglianza generale a livello somatico e fisico, gradualmente focalizzò che la bambina era affetta da nanismo. Con un contraccolpo scomparve il dolore al molare, mentre la bambina quasi di fronte a lui, guardandolo fissamente negli occhi, gli digrignò i denti che teneva serrati, in un’espressione d’odio, proveniente dal dolore. Due richiami della madre e le figliole la seguirono, saltellando e distogliendosi da quella noiosa sosta in farmacia. Aldo si alzò dalla poltroncina, risvegliandosi come da un sogno e, barcollando meno del solito, dopo essersi guardato intorno, si rimise apposto la camicia che gli fuoriusciva dai pantaloni. Visto che il dolore al dente gli era passato, decise di  ritornare a casa per andare ad accompagnare a scuola il figlio di sette anni, cosa che non faceva da molto tempo.

1 COMMENT

Comments are closed.