di Giorgia Tribuiani


golemBasta scambiare il proprio cappello con quello di Athanasius Pernath per trasformarsi in lui e rivivere l’esperienza che lo portò a conoscere il Golem, o almeno è questo quello che viene narrato nel romanzo di Gustav Meyrink. È in questa storia che la creatura leggendaria che da secoli ispira racconti, romanzi e infine film, diventa non più un semplice essere fatto di terra, ma una specie di entità soprannaturale in grado di guidare l’uomo – attraverso un cammino spirituale – verso la conoscenza di se stesso, conducendolo alla sua primitiva forma di “androgino”, in grado di bastare a se stesso. La vicenda del Golem, infatti, ispirata ad una leggenda praghese che vedeva in esso il fedele servo di Rabbi Loew (creato con il fango e reso vivo con la parola), si intreccia con gli elementi dell’esoterismo, dell’alchimia e del linguaggio dei Tarocchi.
La storia è ambientata nella Praga di Rodolfo d’Asburgo: è nel XVII secolo, infatti, che la città ebbe la sua massima espressione dal punto di vista mistico. Nell’intero romanzo assistiamo di continuo a fenomeni magici: ne sono esempi il ritorno ciclico del Golem ogni 33 anni (riappare per poi scomparire nuovamente in una casa priva di accessi) e l’esistenza, nella Praga vecchia, di un palazzo visibile solo agli occhi degli “iniziati”.
È in questo ambiente irreale che si muove il protagonista della storia, avviando così una discesa, un processo di dissoluzione dell’identità, che culminerà con la catalessi, col successivo “risveglio” e con l’incontro con l’ombra e con il proprio doppio. Scegliendo, scrive Meyrink, la “via della vita”, dove “chi è stato destato non può più morire”.