di Eclipse.154


Il divoC’è un uomo che soffre di terribili emicranie e arriva anche a contornarsi il volto con l’agopuntura pur di lenire il dolore. È la prima, grottesca immagine di Giulio Andreotti ne Il divo. Siamo negli Anni Ottanta e quest’uomo freddo e distaccato, apparentemente privo di qualsiasi reazione emotiva, è a capo di una potente corrente della Democrazia Cristiana, ed è pronto per l’ennesima presidenza del Consiglio. L’uccisione di Aldo Moro pesa però su di lui come un macigno impossibile da rimuovere. Passerà attraverso morti misteriose (Pecorelli, Calvi, Sindona, Ambrosoli) in cui lo si riterrà a vario titolo coinvolto, supererà senza esserne scalfito Tangentopoli, per finire sotto processo per collusione con la mafia. Processo dal quale verrà assolto. Paolo Sorrentino torna a fare cinema politico in Italia, compiendo una scelta difficile pur decidendo di colpire un obiettivo facile: Andreotti. L’Andreotti di Sorrentino è un uomo che ha consacrato tutto sé stesso al Potere. Un politico che ha saputo vincere anche quando perdeva. Un essere umano profondamente solo che ha trovato nella moglie l’unica persona che ha creduto di poterlo conoscere. La sequenza in cui i due siedono mano nella mano davanti al televisore in cui Renato Zero canta I migliori anni della nostra vita entra di diritto nella storia del cinema italiano. Una vita in cui, come afferma lo stesso Andreotti (interpretato da un Servillo capace di cancellare qualsiasi remota ipotesi di imitazione per dedicarsi invece a uno scavo dell’interiorità del personaggio), “è inimmaginabile per chiunque la quantità di Male che bisogna accettare per ottenere il Bene.”