di Luca Torzolini

«[…] L’odio è per i deboli: questo ho sempre pensato. Il sotterfugio, il compromesso, la menzogna sono le armi del fragile, lo scudo dell’impotente. E non li giustificherò.
Non dirò, come fanno in molti, “che gran figlio di puttana!” con accezione positiva guardando un potente che si fa beffe di un ingenuo; l’invidia verso l’operato furbesco di queste infime persone è per esseri della stessa specie schifosa.
È deleterio per persone come me guardarsi intorno e scoprire quanto poco meritevoli siano gli altri di una solida considerazione. E non mi fermo, perché la mia bocca non conosce timore né sfinimento di sorta e solo la morte aggrada come unica avversaria.
Il silenzio è una bestemmia: non cambiare le cose per l’incapacità e la paura di farlo…
Sputeranno. E la chiameranno arte.
Ci saranno la corrente del catarro, quella del moccio e la corrente delle feci. Gli “-ismo” saranno applicati a tutte le parole e l’uomo ne inventerà di nuove pur di vendere la propria incapacità.
L’uomo è la pubblicità del business.
E quando legalizzeranno l’omicidio e lo stupro non venite da me, quando il mondo giustificherà tutte le macchie dello spirito perché “il sabato sera” sarà stato più importante di sapere cosa si nascondeva dietro la formula di un acido nucleico.  La definizione di homo sapiens sapiens sarà dunque finalmente invalidata; ci saranno solo ingiustizie, soprusi, violenze e nessuno potrà porvi rimedio: non pretenda una parola in sua difesa chi non ha mai mosso un dito per difendere la cultura.
Un giorno le donne smontabili di Dalì non saranno più soltanto un delirio solipsistico e stiperanno nei loro cassetti la curiosità di Pandora e il Mondo Nuovo di Huxley. Le protesi tecniche domineranno tutte le arti e l’uomo non saprà fare un calcolo: non ci sarà alcun pensiero originale, neanche un solo pensiero umano. Il mio urlo sarà allora l’indignazione colta di chi non sa che farsene della vostra stupida e sottomessa e aberrante e oscena e putrida educazione alla vita moderna e ai suoi immondi meccanismi. Unitevi a me, ora, nella schiera di chi pratica la via della conoscenza e della sensibilità, immergendosi in una vita piena d’interessi e di affetti: non c’è bilancia più esatta e in grado di soppesare le vostre azioni del ritorno che da esse avrete indietro. Il mondo fa schifo ed è colpa vostra e solo le vostre azioni lo potranno cambiare».

L’assessore alla cultura riprese fiato, poggio il foglio sul comodino vicino all’assegno da dodicimila euro; si guardò allo specchio ma non si riconobbe. Non ricordava più che le parole appena pronunciate erano davvero parole sue, parole dette in passato, piene e potenti parole dell’intellettuale di un tempo. Un intellettuale che aveva combattuto contro il potere e l’ignoranza e infine, stanco dell’indifferenza del prossimo, aveva perso la fiducia nell’onestà.
Mentre annodava una cravatta firmata sul colletto di una camicia firmata, la moglie lo abbracciò da dietro e  disse «Con questo romantico e rabbioso discorso sulla giustizia e sulla meritocrazia riuscirai ad affascinarli tutti! Sai benissimo, amore mio, quanto gli uomini di questo secolo siano suggestionabili…»