Intervista a  Simone Del Grosso 7Caro Simone, come si è sviluppata la tua passione per la regia documentaria?
Più che di passione per la regia direi che ho sempre sentito pulsare in me la necessità naturale di osservare certe cose. Il cinema documentario si è rivelato immediatamente lo strumento più idoneo per soddisfare ed esternare questo mio bisogno interiore. Tuttavia, solo dopo un’esperienza di qualche anno come montatore, e dopo aver conosciuto e collaborato con un maestro come Luigi Di Gianni, uno dei maggiori documentaristi italiani viventi, ho deciso di cimentarmi anche nella regia.

Sono a conoscenza che la tua carriera di regista documentarista sta andando a gonfie vele. Le tue opere sono apprezzate in Italia e all’estero.
Sì, qualche soddisfazione ogni tanto arriva, soprattutto dai festival, i quali, che piacciano o no, nel nostro Paese sono forse l’unico circuito possibile per i documentari di creazione. Diciamo che il “premio” è più che altro una conferma del fatto che il tuo lavoro è stato recepito anche da altre persone, sicuramente diverse da te per cultura, estrazione sociale, sensibilità, etc.…Insomma ricevere un premio per me vuol dire che una qualche “comunicazione” tra il tuo lavoro e chi l’ha giudicato è avvenuta…e questo non è poco.

Parlaci del lavoro di ricerca, di documentazione e creativo, che usi nei tuoi documentari. In poche parole, come nascono?
Ogni progetto nasce da un impulso differente. Sostanzialmente si tratta di essere profondamente attratti da una data realtà, da un personaggio, da una situazione o più semplicemente da un paesaggio. Dopodiché, per capire quale configurazione il film possa avere, bisogna mettersi “in ascolto”. Se la motivazione è profonda, il film si farà da sé. In effetti, in tale pratica, il percorso è spesso più illuminante del risultato finale. Il film non potrà che riflettere “soltanto” un frammento di quello che si è vissuto nel processo realizzativo/creativo. Nel mio metodo, il lavoro di regia coincide quindi con l’ideazione stessa del soggetto, con la ricerca dei materiali, con i sopralluoghi e tutte le altre pratiche che rendono possibile la realizzazione del film. Si tratta per me di una pratica “immersiva” nella quale, in un secondo momento, cerco di far entrare gli eventuali collaboratori, primo tra tutti il direttore della fotografia (che spesso è lo stesso operatore alla macchina), poiché egli deve diventare “l’ombra” del mio sguardo. Tra me e chi sta alla macchina deve avvenire una sorta di transfert, altrimenti il film non prende forma. Per questo cerco di lavorare sempre con lo stesso operatore, Antonio Rosano, col quale ormai ci capiamo al volo. Per quanto riguarda la post-produzione, posso dire che finora ho sempre montato da solo i miei lavori, un po’ per convenienza, un po’ perché il montaggio è molto spesso parte integrante di quella pratica totalizzante di cui dicevo prima. Tuttavia non nego che, avendone la possibilità, affiderei molto volentieri il montaggio a qualche professionista, in modo da poter avere una visione più distaccata del materiale che ho a disposizione, concentrandomi in definitiva più sulla regia. Inoltre, curo molto da vicino anche la colonna sonora che, in alcuni casi, può avere un’importanza pari a quella delle immagini. Mi sono rivolto varie volte a musicisti locali d’indubbio talento, come Graziano Caprioni o Gionni Di Clemente. Per Venga Medusa, un doc in fase di montaggio, stiamo elaborando un design sonoro piuttosto interessante.

Per parlare di ciò che ti piacerebbe fare, preferiresti definirti un documentarista scientifico del reale, un documentarista politico sociale o un documentarista autoriale? Intervista a  Simone Del Grosso 3(ovviamente illustra le ragioni)
Per parlare di scientificità nel cinema dovremmo fare riferimento al documentario etnografico o all’antropologia visuale. Per quanto siano pratiche che ho studiato e trovo molto interessanti, direi che c’è ben poco di scientifico nei miei lavori. A parte la fase della ricerca del materiale, che eseguo sempre con un certo rigore, poi è l’istinto a lavorare, la pura emotività. Non c’è mai un’idea politica precostituita dietro ai miei film, perché è l’atto stesso del fare artistico a divenire immediatamente anche gesto politico, e quindi sociale. Certo, se vado a documentare le condizioni indicibili dei tagliatori di canna haitiani o dei nostri pescatori, penso che si capisca subito da che parte sto. Per me il documentario è una questione creativa in cui inevitabilmente confluisce anche uno sguardo sul mondo. In definitiva, tra i vari generi di film documentario, quello che prediligo è senz’altro il cosiddetto “documentario di creazione”, o “autoriale”.

Qual è il tuo punto di vista sul futuro del documentario in Italia?
Nessun futuro concreto all’orizzonte. Al momento sono solo registrabili una certa “moda” del documentario e una notevole crescita di festival specializzati. Quel che mi stimola è l’idea che questa paradossale situazione di mercato renda certi documentari indipendenti ancora più preziosi, forse gli unici esempi di cinema dove ancora si può scorgere una creatività libera, svincolata da regole “mercantili” avvilenti. Mi piace pensare che molti di questi “piccoli” film, entreranno di merito nelle future storie del cinema. Tuttavia, a conferma di un crescente interessamento culturale al genere documentario, mi piace segnalare che è recentemente uscita, con un importante editore, la prima Storia del Documentario Italiano, di Marco Bertozzi, noto storico del documentario e regista. Un libro che tutti dovrebbero leggere perché, tra gli altri meriti, pone fine all’insensato occultamento cui il cinema documentario italiano è stato finora sottoposto.

Intervista a  Simone Del Grosso 8Hai qualche progetto in cantiere? Se sì, quale?
Sto lavorando a due produzioni, più un progetto in pre-produzione. Uno è un mio lavoro, prodotto dalla Logic Film, neonata società con cui collaboro da circa un anno. Il progetto è tra i finalisti nel Premio Solinas, Documentario per il cinema. Si tratta di un progetto ambizioso e complesso, su cui sto lavorando già da un anno e più. Il titolo è La vera storia dell’Uomo Plasmon, e riguarda la parabola straordinaria di Fioravante Palestini, l’ex testimonial della nota marca di biscotti che, come molti sanno, anche dalle sue recenti apparizioni in trasmissioni televisive importanti, ha trascorso ben vent’anni di carcere duro in Egitto per una storia di droga.
Gli atri due sono lavori su commissione in cui ho però un ampio margine di autonomia, e questo è per me imprescindibile. Uno è una sorta di documentazione “socio-poetica” sulla nostra marineria, Venga Medusa. L’altro, in pre-produzione, è un documentario sociale che affronta il tema complesso delle mutilazioni genitali femminili tra le popolazioni migranti in Abruzzo.

Perchè non dai dei consigli agli aspiranti registi che ci leggono?
Non mi sento di dare consigli. Posso solo dire che se c’è un sentimento profondo che ci muove: si deve nutrire e perseguire pienamente. Credo che il resto sia un processo naturalissimo.

A Re-volver servirebbe un critico per le recensioni di documentari, vuoi diventare dei nostri?
È andata.

Hai dei sogni? (Se non ne hai, spiegaci la motivazione per cui sei senza sogni. Se sì, dicci quali sono)
Proprio l’altra notte ho sognato di aggirarmi tra le scenografie sghembe del Gabinetto del Dottor Caligari… Che sia quella la mia vera visione della realtà!?