di Stefano Tassoni


Ray E. Davies ha un passaporto per arrivare direttamente al vostro cervello. Risalendo il fiume delle sinapsi si analizza con l’aiuto della carta stampata e così facendo scandaglia il mare magnum del suo e del nostro ego; parlando di sé ci parla di noi e lo fa attraverso le sue poesie profonde, intime, intransigenti, rivelatorie. Ossessive. Già, perché il tratto più caratteristico sembra essere l’ossessione, palesata in molti versi (“VOLERE FARE VOLERE FARE VOLERE FARE/ VOLERE FARE VOLERE FARE VOLERE FARE”, “La mia bocca parla per me/ La mia bocca parla per me/ La mia bocca parla per me/ La mia bocca parla per me”, e ci sarebbero ancora molti altri esempi) e unita ad una amara consapevolezza di se stesso (“Voglio i soldi e voglio la fica/ aspirazioni molto poco/ rivoluzionarie”). Per quanto riguarda invece l’utilizzo degli “strumenti della poesia” , l’autore fa un grande uso di accumulazioni e di enjambement, che però nel suo metro libero si confondono con la tradizione ermetica utilizzante l’extratesto (la disposizione delle parole e dei versi nel bianco della pagina) allo scopo di dare maggiore o minore impatto visivo; ma nonostante ciò si dirige verso  tutt’altra direzione, verso Foscolo (“Ritornerò un bel giorno al petto della madre mesta), ma anche verso l’altrettanto romantico seppur contemporaneo Guccini con influenze dai CCCP ( “Bologna la dotta la rossa la grassa… Bologna… Bologna… Bologna…” da Live in Bologna (remiscelata)). Forte infine anche l’influenza del più psichedelico dei Floyd nel sotteso compiacersi di un processo autodistruttivo.