di Luca Sigismondi


Curioso come ogni rivoluzione partorita dalla lotta di classe, in Francia, abbia portato ad una dittatura…

La rivoluzione del febbraio 1848, con le sue riforme, le sue speranze, muore dopo appena un anno di vita, soffocata dal riflusso conservatore delle masse contadine. Il divario tra Parigi e i piccoli centri, che soltanto ventidue anni più tardi segnerà la fine della Comune e della “democrazia diretta”, si andava facendo insormontabile. Le prime elezioni libere difatti, tenutesi nell’aprile del ’48, vedono la secca sconfitta dell’estrema sinistra e la vittoria dei “moderati”, persone più attaccate al portafoglio che agli ideali di democrazia e libertà; le masse contadine, finora estromesse dal voto, ripagano l’ impegno dei democratici per il suffragio universale eleggendo un’assemblea di clericali reazionari e borghesi corrotti. A trionfare è la creatura subdola e abortita dell’ignoranza: e “Marianne”, simbolo di libertà, di fraternità, d’uguaglianza, muore agonizzante tra le strade di Parigi, l’ultima città libera di Francia costretta a soccombere sotto i colpi dell’esercito nazionale. Gli operai e gli studenti scesi in piazza per protestare contro la chiusura degli Ateliers Nationaux (cooperative di lavoro) e la coscrizione obbligatoria, trovano ad attenderli i moschetti dei reparti regolari agli ordini del ministro Cavaignac, troppo “moderato” per giustificare la violenza, troppo padrone per non utilizzarla. Lo spettro del comunismo fu avvertito, quello della farsa democratica no. La nuova costituzione, approvata in novembre dall’Assemblea Legislativa, era ispirata al modello statunitense e prevedeva un presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo. Dal popolo ignorante, diseredato, troppo stanco per non cedere ai moniti e alle lusinghe dei conservatori e della chiesa che volevano un Bonaparte al potere. Luigi Napoleone Bonaparte III, reazionario, cospiratore, nemico del popolo viene eletto con quasi sei milioni di voti il 10 dicembre 1848. In pochi mesi il neoeletto presidente scatena una violenta repressione contro i democratici: sono arrestati gli oppositori, riaperte le porte delle università al clero e aumentate le tasse sulle imprese giornalistiche di modo che solo i giornali finanziati dallo stato possano pubblicare regolarmente. Perché i tiranni possono essere pazzi, ma non stupidi: come Hitler abolì lo studio del greco (lingua che sviluppa fortemente la capacità di pensare), ma non l’inglese, così Napoleone III preferì una censura “morbida” che fosse in grado di zittire gli oppositori senza scandalizzare l’opinione pubblica benpensante. Da lì in poi, spianata la strada verso l’assolutismo, quella di Luigi Napoleone è una corsa facile e priva di ostacoli; le forze conservatrici che lo avevano portato al potere nella speranza di manovrarlo come un burattino (si vedano a tal proposito le dittature del secolo scorso nel Sudamerica) tentano disperatamente di metterlo in minoranza, ma inutilmente. Nel 1851, dopo il no della Camera alla sua proposta di legge volta a modificare la costituzione e ad estendere il potere del Presidente a tutti gli organi statali, Napoleone III irrompe nel luogo di riunione dell’assemblea, la scioglie d’autorità e ne arresta i rappresentanti. La strenua resistenza di Parigi, rimasta nuovamente isolata rispetto le circoscrizioni rurali, viene spezzata dalle pallottole dell’esercito e il 21 Dicembre dello stesso anno Napoleone viene eletto, tramite plebiscito a suffragio universale, “imperatore dei Francesi per grazia di Dio e volontà della nazione”. Sed vita brevis, ars longa: l’impero sopravvive vent’anni fino alla resa di Napoleone ai prussiani, il 2 settembre 1870 a Sedan. L’onnipotente sovrano muore tre anni dopo in Inghilterra, esiliato e dimenticato da tutti. La comune degli insorti di Parigi, in data 17 Maggio 1871, per concludere definitivamente il ciclo infame delle dittature francesi, decreta: “che la colonna imperiale di piazza Vendôme è un monumento alla barbarie, un simbolo di forza bruta e di falsa gloria, una affermazione del militarismo, una negazione del diritto internazionale, un insulto permanente dei vincitori ai vinti, un attentato perpetuo ad uno dei tre grandi principi della Repubblica Francese: la fraternità. La colonna Vendôme verrà demolita”.