di Domenico Pantone


HorsesRecitativo invasato e bruciante, rock’n’roll, profetismo biblico e diaboliche cavalcate hard blues:  Horses inaugura la new wave newyorkese, inventa il punk prima ancora che questo nascesse, e lo strumentalizza, superandolo. Simili occasioni si verificano esclusivamente grazie all’azione di personalità uniche, contraddittorie, visionarie e megalomani che possiedono l’abilità, se non la fortuna, di canalizzare aspirazioni artistiche isteriche e velleitarie in opere immortali, in mitologia. Grandi comunicatori, mistificatori prometeici, nati sotto Saturno. Patti Smith è parte di questa categoria. Bohémienne di provincia trasformata in sacerdotessa generazionale. Esibizionista, magnetica, geniale. Horses, autentico rito sciamanico celebrato nell’era della chitarre elettriche, rappresenta un vero e proprio miracolo, costruito sull’esemplare conflitto tra epica e sensualità, misticismo e barbarie. Il recitato lascivo e ruggente della Smith e il malefico balbettio delle chitarre di Lenny Key inscenano un girotondo lussurioso, danzato con un piede in paradiso e uno all’inferno. Il pianoforte, suonato dal grande Richard Sohl, si sobbarca il ruolo di elegante bilanciere ora sporcando il sound con analogica irriverenza rockettara, ora tendendosi allo spasimo per far quadrare il sound. Una seduta spiritica, in fin dei conti, per evocare fantasmi rimbaudiani nei retrobottega di qualche squallida roadhouse, lungo le highway della beat generation.