di Giorgia Tribuiani


Hocus Pocus è la storia di Eugene Debs, reduce della guerra del Vietnam e di un’altra miriade di guerre domestiche, il quale giunse alla carica di direttore carcerario per trovarsi, in seguito alla “grande evasione”, carcerato. Narrata con lo stile colloquiale che è caratteristica fondante delle storie di Vonnegut, il romanzo è narrato attraverso frammenti (a volte pagine, altre volte una parola) che l’autore attribuisce al protagonista e che sostiene siano stati scritti in carcere su pagine di libro, fogli di giornale e scontrini. Attraverso la penna di Debs, così, il lettore fa la conoscenza di Mildred e Margaret, moglie e suocera del protagonista, vittime di una follia ereditaria; raggiunge il Vietnam in compagnia di Jack Patton, sempre pronto a “sbellicarsi dalle risate”; apprende di Tex, il rettore cornuto, e di Matsumoto, che da bambino si è infilato in un fosso per riprendere un pallone e, tornando su, ne è uscito che la sua Hiroshima, il suo mondo, non c’era più. Narrando la storia di un uomo, Vonnegut narra la storia di tanti, di una nazione, di troppe nazioni. Parte dal Vietnam e sorvola un Giappone colonizzatore, la cui moneta vale ormai più del dollaro, e una Germania postbellica, che torna con l’orrore di Auschwitz e dei suoi forni crematori, per approdare negli USA, sopraffatta – ormai, nel ventesimo secolo – dal suo stesso passato di sopraffazioni.