Ho sognato d’esser vivo” è il secondo volume di una trilogia di romanzi illustrati. Qual è il filo conduttore che lega i tre libri?
L’idea di scrivere una trilogia è stata precedente alla stesura del primo libro o si è evoluta man mano che la storia andava avanti? Avevo ventiquattro anni (non avevo quasi tutti i capelli bianchi che ho oggi!) e una sera decisi che avrei creato una trilogia, il “viaggio perfetto” per raccontare le mie favole sotterranee. L’Adottato è la storia di una rivolta giovanile attraverso “un’adozione al contrario”: è l’adottato a scegliere da chi farsi adottare lungo il suo viaggio. Ho sognato d’esser vivo rappresenta la presa di coscienza della vita che ci sta attorno attraverso la meditazione. Underworld narra l’accostamento alla morte, vista come inizio di una nuova vita…

Tra i molteplici temi presenti nel libro, un posto speciale è dedicato al sogno lucido che tu definisci “l’ultima magia” rimasta agli esseri umani. Cosa ti spinge a rifiutare ostinatamente ogni pretesa di dare al fenomeno un’impronta psicologica o meccanicistica?
Lo dico e non mi stancherò mai di ripeterlo: i sogni sono un mondo incantato al di fuori della scienza, l’ultima magia giunta fino a noi. Non chiedermi di rinunciare a questa convinzione poiché è il paradigma del mio essere. L’unico teorema che ho il coraggio di accettare senza dimostrazione. Sappiamo che specialmente durante la stesura del libro hai avuto numerose esperienze riguardanti il sogno lucido.

Sei d’accordo con chi ritiene che non si possa parlare di qualcosa se non la si è vissuta personalmente?
Se l’hai sognato sì che puoi parlarne, eccome se puoi! Chi sogna, chi sa di aver sognato e ricorda le sensazioni provate durante il suo sogno (lucido o non lucido che sia), ha lo stesso diritto di parola di chi ha vissuto quel qualcosa nel mondo reale… Un altro tema importante, che del resto troviamo anche nell’Adottato (primo volume della trilogia, ndr), è quello del viaggio, mentale o fisico.

Scrivi in uno dei tuoi aforismi: “Una vita senza avventura è probabilmente noiosa, ma una vita in cui si lascia che l’avventura assuma qualsiasi forma sarà sicuramente breve”. Sostieni inoltre che si debba lasciare un luogo quando si è fatto tutto ciò che lì si doveva fare. Si può dire che per te il viaggio sia a metà strada tra l’esperienza formativa e la possibilità di vivere appieno il proprio tempo?
Il viaggio, sia mentale sia fisico, è una delle poche, uniche, vere meraviglie reali o artificiali di cui l’uomo può godere. Si può viaggiare stando fermi sulla poltrona di casa propria, oppure su un aereo diretto verso chissà quale meta… Credo però che scegliere il viaggio come stile di vita abbia un prezzo molto alto: la vita stessa. Il viaggio te la porta via in poco tempo, ti consuma… fare il turista è un lavoro non facile e fare lo “psico-navigatore” è altrettanto impegnativo. Non credo che il viaggio come stile di vita sia molto differente da una dipendenza come la droga: se non ne esci fuori al momento giusto, rischi. Io sono un fan del “viaggio”, ma allo stesso tempo cerco di tenere sempre un piede anche nelle sabbie mobili della civiltà del consumismo. Si tratta di una sorta di autoregolazione per campare qualche annetto di più…

A proposito di approccio con il pubblico, i tuoi libri sono ricchi di canzoni e filastrocche, veicoli di una comunicazione immediata. Questa scelta, accanto a quella di illustrare i tuoi romanzi, appare rivoluzionaria nel contesto odierno, dove molti sono purtroppo convinti che scrivere in maniera difficile rappresenti una prova d’intelligenza da parte dell’autore. Cosa ti ha spinto ad andare controcorrente?
Il libro è una magia, una finestra verso ogni tipo di mondo: storico, fantasy, giallo, rosa, ecc… trovo molto riduttivo fermarmi a riempire delle pagine solo con delle parole. Non disprezzo il classico libro o il lettore tipo, chiariamo le cose, dico solo che un libro può contenere una miriade di elementi che vanno oltre i vocaboli. Lo scrittore deve essere ambasciatore del suo viaggio, portare il lettore tra le sue righe e mai lasciarlo solo: se il lettore si perdesse tra le righe, vorrebbe dire che lo scrittore non è un buon ambasciatore del suo regno mentale. Sempre per quanto riguarda lo stile, la narrazione è spesso intervallata da aforismi. Ne cito una tra tutte: “Ruba un pezzo di legno e ti chiameranno ladro; ruba un regno e ti chiameranno Duca”.

Pensi che la scrittura possa offrire validi riferimenti morali ai lettori?
La scrittura è alla base di ogni riferimento, tutto quello che si tramanda è grazie alla scrittura. Se leggi, hai cose da raccontare, ti puoi vantare di sapere o puoi semplicemente tramandare… ma se non leggi, a partire dalle istruzioni del comodino Ikea, nemmeno la stanza puoi arredare! Sta tutto lì, sull’inchiostro nelle pagine… ogni cosa letta è come una monetina che cade nel nostro salvadanaio: ci rende più ricchi…