di Hanry Menphis


Un Natale di tanti anni fa mio zio mi regalò un CD: si trattava di Paranoid, uno dei primi album dei Black Sabbath. Ricordo che corsi subito verso lo stereo, affascinato dall’assurdo soldato ritratto in copertina; quando l’oscuro suono della chitarra di Tony Iommi arrivò per la prima volta alle mie orecchie, decisi inconsciamente che avrei ascoltato doom metal per tutta la vita. Per anni ho cercato sonorità simili a quelli di Ozzy e compagni, passando dalla Gran Bretagna all’America, per poi tornare in Europa, più precisamente a Barcellona, dove dal 2003 gli amplificatori degli Eight Hands for Kali fanno tremare le pareti dei locali. Il loro è un tetro sludge metal, con trovate psichedeliche che scuotono il cervello. In questa unica traccia, di 55:22 minuti, ci schiantiamo contro un muro di suoni che risvegliano i nostri demoni più reconditi. Veniamo catapultati in un incubo, scandito da una batteria lenta ed inesorabile, in cui un riff infinito di basso e chitarra si insinua dentro di noi senza chiedere il permesso; in tutto ciò urla deformi e strazianti. “Non è roba per femminucce”, mi verrebbe da dire, ma rischierei di sembrare un maschilista. La trovo comunque una descrizione adeguata.