di Antonio D’Eugenio

Clint Eastwood è un racconta-storie con denominatore comune: la sua grande passione per il cinema (il nome Kowalski è preso in prestito a Marlon Brando in Un tram che si chiama desiderio). Il “pistolero” Kowalski, diventa un bersaglio – almeno per la prima mezz’ora – per benpensanti e buonisti. Con l’America in giardino ed una vita da riscattare, si scaglia contro qualsiasi cosa si muova ed abbia un colore diverso dal suo. Dopo aver perso l’anima in guerra, il suo riscatto passa attraverso la fragilità di un ragazzino asiatico (Tao), odiato fin dal primo momento e perdonato dopo aver tentato di rubargli l’unico sogno parcheggiato in garage (una Ford Gran Torino). I sentimenti sono cosa difficile da maneggiare per Walt, ha mani troppo ruvide e pesanti. Ma una cosa sa fare bene con quelle mani: sparare. E proteggere. Prende a cuore le sorti dei vicini, martoriati dalla gang del cugino di Tao (Spider). Questo gli dà forza, l’ultima missione da compiere per un uomo vecchio e malato. Ecco, allora, che l’odiato Walt si avvicina anche alla fede, forse riconoscendo che è l’unico modo per rimanere attaccato all’unica persona che gli strappava un sorriso: la moglie. Il primo dei suoi peccati, infatti, è dedicato a lei. Ripulirsi la coscienza per aver dato un bacio ad un’altra donna è più grave che avere tredici morti alle spalle. Un film da vedere.