di Manuela Valleriani


Giotto e la modernità dell’arteÈ stata inaugurata lo scorso 6 marzo a Roma la mostra Giotto e il Trecento. Il più Sovrano Maestro stato in dipintura. Se a distanza di quasi 700 anni si sente ancora il bisogno di rendere omaggio al celebre artista toscano, è perché egli ha attuato una vera rivoluzione non solo nell’arte, ma in tutta la cultura del Trecento. Giotto è stato infatti colui che ha ricusato la tradizione bizantina (greca), ricollegandosi invece ad una fonte ‘latina’, basata sui concetti di ‘natura’ e ‘storia’.
Al di là delle singole opere conservate nei vari musei italiani ed esteri, restano due importanti cicli pittorici a testimoniare la grandezza e la capacità inventiva di Giotto: Le storie di San Francesco dipinte ad Assisi e gli affreschi della Cappella degli Scrovegni a Padova.
Se la presenza di Giotto ad Assisi verso il 1290 è tuttora dibattuta, la critica generalmente gli ascrive le Storie di San Francesco (post 1296) nella navata della basilica superiore. Rispetto all’analogo ciclo della basilica inferiore, la serie giottesca (che, nella sua struttura a riquadri, sembra anticipare la moderna illustrazione a fumetti) non segue un criterio biografico o agiografico. Il santo è descritto da un punto di vista morale: i suoi gesti, prima ancora che miracolosi, sono fatti ‘storici’, cioè attuano un disegno divino. Nel compiersi degli eventi è allora rivelata tutta la realtà, e lo spazio – costruito come un cubo – assume nella raffigurazione “un valore costante, assoluto, universale” (G. C. Argan).
A Padova le Storie della Vergine e di Cristo (1303-05) ricoprono le pareti di un vano rettangolare, coperto a botte. Esse sono nude, prive di membrature architettoniche: la definizione dello spazio è dunque interamente affidata alla pittura. Le figurazioni sono incorniciate da un fregio piatto, monocromo, con piccoli medaglioni colorati. Il Giudizio Universale sulla controfacciata, le allegorie di Vizi e Virtù completano un quadro – nell’insieme unitario – che narra la storia dell’umanità, cui la presenza reale del Cristo pone l’alternativa morale del bene e del male. Anche qui Giotto racconta il divino e l’umano, trasforma il pathos bizantino in dramma composto, la fissità iconica in imponenza monumentale. La ‘misura’ che si avverte nelle sue opere è quella morale: il sentimento non è mai esasperato, ma si traduce in gesto, dominato da un’armonia di colori e una purezza formale che rendono la sua pittura ancora oggi ‘moderna’, paragonabile soltanto ai capolavori dell’arte classica.