di Lisa Gyöngy

Scrivo, se non a te, a chi?

Me lo chiedo spesso in questi ultimi giorni. In realtà le domande che mi pongo sulla nostra storia sono tante e sono poche le risposte.

Passo giornate intere a guardare fuori dalla finestra con le dita appoggiate sulla macchina da scrivere, il più delle volte senza schiacciare nemmeno un tasto. Mi limito a sfiorarli…

Sento la fisicità dei tasti sotto i polpastrelli… ne accarezzo con cautela i bordi leggermente smussati e percepisco le lettere non scritte fremere sotto di essi. Passo sulla loro superficie piatta e sento il sottile rigonfiamento dei caratteri stampati sulla plastica dura. Alcune lettere, le più usate, quasi non esistono più… La “A”, la “L”, la “O”, la “S”. Alos. Poi accarezzo delicatamente il resto del suo corpo meccanico e sento il materiale freddo e metallico che piano piano si riscalda sotto il mio tocco. La immagino come creatura viva che si eccita e accende al contatto con le mie dita.

Ma nonostante il nostro rapporto intimo, quasi ossessivo, non arriviamo al concepimento da molto tempo…

Tutto per colpa tua. Di te. Perché tu mi hai chiesto, prima gentilmente e poi in modo spaventosamente violento, di smettere di scriverti.

Ho accettato. Non potevo fare altro.

Ma non puoi impedirmi di smettere di scrivere pensando a te.

Fuori dalla finestra sta passando una signora con la schiena torta dagli anni. Nella mano destra un bastone di legno scuro, nella sinistra una borsa della spesa che pare enorme perché contiene solo uno o due oggetti. Mi scopro a fare un’analogia tra quel sacco e la sua persona: un contenitore ormai troppo grande, svuotato, con una grande capacità non più sfruttabile e con un peso tutto concentrato in un punto solo che tira verso il basso, verso la terra. Ci mette qualche minuto a uscire dall’inquadratura della mia finestra e io la seguo con gli occhi.

Prima ti avrei descritto ogni singolo particolare di quella donna, ti avrei raccontato la sua vita intera, ti avrei detto che da sotto il foulard, sfuggita alla crocchia severa, s’intravvedeva una ciocca di capelli bianchi e candidi; che le sue pupille, alte nella cornea, puntavano ostinatamente in avanti, proiettate a una velocità che il corpo non riusciva più a seguire. Avrei scoperto insieme a te che dentro al sacco c’era una conserva di pomodoro e un pacco di pasta. Avremmo passeggiato insieme a lei fino alla sua vecchia casa di periferia mentre ci raccontava di come prima la conserva di pomodoro e la pasta la facesse lei, fresca, nella sua cucina che profumava di legno.

Di come ogni sabato mattina andava al mercato a comprare chili di pomodori contrattando sul prezzo e poi preparava il sugo per tutta la famiglia. Ora il mercato aveva chiuso, la famiglia era andata a vivere lontana, il marito era costretto a letto e l’artrosi le impediva di fare anche la più semplice delle cose, come arricciare tra le dita i capelli dorati della nipotina.

Ti avrei raccontato tutto questo. Invece ora mi scopro a raccontarlo alla carta bianca che passa pigra nel rullo della macchina da scrivere.

Ora che la vita della donna è uscita dal mio campo visivo davanti a me vedo il solito scorcio di palazzi bianchi e grigi, gli alberi scheletrici senza foglie, il bar all’angolo e la cabina telefonica all’altro angolo.

Nella cabina qualcuno ha posato male la cornetta e ora è caduta e pende muta, ciondolando leggermente dalle vibrazioni quando passa l’autobus dei ogni-quindici-minuti.

I piccioni sonnecchiano sul cornicione sopra al bar tutti spiumacciati e gonfi per tenersi caldi in questa giornata d’inverno.

Inizia a piovere, qualche goccia, poi più forte, e sempre più forte finché mi sento rinchiusa dentro ad un muro bianco, spumoso e opaco, per una volta fisico, reale e non solo una parete virtuale frutto della mia mente confusa.

Il cielo urla, piange, si dispera-beato-lui e si sfoga in pochi minuti, lasciando la strada lucida, quieta e specchiante.

Nelle pozze vedo l’altro mondo, quello capovolto. Quello che quando guardi dentro vedi i piedi grandi in alto e la testa piccola in basso.

Chissà com’è vivere li dentro. Chissà se in quel mondo io e te passeggiamo ancora per il parco ridendo. Ridendo delle espressioni tristi e corrucciate delle altre persone che ancora non hanno capito che non è il mondo ad essere cattivo, ma che sono loro che lo leggono in modo sbagliato.

Eravamo perfetti insieme, ci completavamo. Eravamo uno la continuazione dell’altro. Uno il cuore, l’altro il sangue; uno la mente, l’altro il pensiero; uno l’aria, l’altro il polmone.

Che idea banale… che idea trita e ritrita… ma mai c’è stata idea così vera e precisa che potesse descrivere in una perfetta immagine la nostra condizione di dipendenza e simbiosi.

Il sole sta calando. I lampioni si accendono. Un’altra notte sta arrivando, inesorabile e solitaria.

Ho sempre amato il buio, ma ora il buio mi spaventa. E’ la notte la parte più difficile della giornata per chi è solo. E’ la notte la parte più bella e piena di sorprese per chi è in compagnia.

Ti ho promesso che non ti avrei più scritto. Te l’ho promesso e lo sto rispettando. Mi hai anche chiesto di dimenticarti. Ho mentito.

Ti ho chiesto di sparire a poco a poco.

Ti sei dissolto.

Sono innamorata di un fantasma. Di un personaggio di un libro che non posso controllare con la mia fredda macchina creatrice di mondi. Più volte ho sognato di avere un cervello-macchina-da-scrivere. Ma questa volta non ho nessun potere sovrannaturale, non posso controllare il passato ne il futuro…

Figuriamoci il presente.

Mi sento come una voce fuori campo. Una voce incorporea che racconta e vive le vite degli altri.

In questo avevi ragione. Non mi sopportavi quando mi perdevo nel mio mondo dove tu non mi potevi raggiungere e allo stesso tempo era proprio questo che amavi di me. Il tuo era un amore ibrido, scostante, irrequieto. Ed era questo che io amavo di te. Il saperti non mio del tutto. Il dover combattere i miei dubbi giorno per giorno.

Sobbalzo al suono del campanello. Non mi muovo. Suona un’altra volta.

Tremo.

Ti vedo attraversare la strada. Guardare in alto, ma ho la luce spenta, non mi puoi vedere.

Raggiungi la cabina telefonica e prendi in mano la cornetta abbandonata.

Stai li dentro per un tempo che mi pare infinito. Chiudo gli occhi e li riapro solo quando il telefono, come da copione, prende a suonare.

Allungo una mano e stacco la cornetta. L’avvicino a me come in sogno e sento il sapore e il calore del tuo respiro sul lobo dell’orecchio.

Perché hai deciso di tornare proprio adesso, ora, questa sera? Cosa ha di speciale rispetto alle altre quarantadue?

Ascoltiamo il nostro silenzio, i nostri pensieri. Sento il materiale della cornetta fondersi con la mia mano. Ora ho una mano-telefono.

Non ho idea di quanto tempo sia passato, ma ti guardo così intensamente che i tuoi lineamenti diventano confusi. Sei un’ombra dalla forma indefinita. Lo sapevo, sei un fantasma.

Cade la linea. Sbatto gli occhi.

Ti vedo frugare in tasca. Immagino in un eco il tintinnio delle monete che a una a una tornano a riempire il contatore.

Richiami e metti giù. Richiami e metti giù. Non capisco cosa fai, poi mi rendo conto che ho ancora la cornetta che mi strilla il segnale d’assenza di linea nei timpani.

Linea piatta.

Tiri un pugno alle pareti di plastica, un altro, ma non riparte. Non c’è battito.

Esci dalla cabina e guardi in su, ma ho la luce spenta e non mi puoi vedere.

Rimani fermo, indeciso. Poi t’allontani verso destra e sparisci dietro la cornice della mia finestra.

La cornetta del telefono ora suona istericamente ad intermittenza. La lascio cadere e con rumore sordo colpisce la scrivania e le mie dita volano sui tasti.

Sono entità autonome.

I miei occhi leggono sorpresi le parole che appaiono sulla carta e seguono le piccole lettere che con il loro cordone ombelicale metallico reagiscono allo schiacciare dei tasti.

Sono così fragili…

Riesco a vederne il movimento: si staccano dalla fila di asticelle, vengono proiettate verso il centro della carta pallida e sbattendo con colpo secco lasciano traccia del loro passaggio in una ferita d’inchiostro nero.

Le mie dita scrivono la nostra storia. Classica. Come tante altre.

Due persone s’incontrano, si trovano interessanti, decidono di rivedersi, si frequentano, scoprono punti in comune, intriganti diversità, si piacciono, s’innamorano, si fanno promesse, viaggiano, vivono, progettano, litigano, sperimentano, giocano, ridono, urlano, piangono, si accusano, si compiangono, si rispettano, perdono la fiducia, perdono la speranza, sbagliano, si riamano, cedono e si perdono.

Anni, mesi, settimane, giorni, ore e secondi ora non sono altro che minuscoli segni codificati e senza senso su un pezzo di albero tritato, sciolto e pressato.

Assisto sempre più imponente e innervosita alla pioggia di proiettili che uccide la nostra storia e mi rendo conto con orrore del mio meccanico e automatico nutrire la macchina di fogli vergini.

Il mio respiro si fa affannato. Sempre più veloce. Sempre più forte.

Sempre più veloce, sempre più forte. Semprepiùvelocesemprepiùforte, finché le mie braccia riescono a stento a staccare le dita che paiono incollate ai tasti come pelle bruciata.

Poi, con movimento fluido, la cingono in un abbraccio.

La sento pulsare contro il mio corpo mentre la cullo e sento i suoi tasti tesi contro il mio ventre.

Tento di controllare il mio respiro.

Piano piano torna a un ritmo normale e solo quando la distacco da me mi accorgo che ho il viso rigato di lacrime.

Tramite un velo compatto e liquido vedo la mia macchina da scrivere volare, proiettata contro la finestra, al rallentatore.

Appena avviene il contatto il vetro assorbe un po’ il colpo piegandosi impercettibilmente, ma la forza è decisamente troppa e, prima in una crepa poi in un crepaccio dalle mille venature, esplode in una miriade di frammenti scintillanti e acuminati.

L’aria invernale della notte mi carezza il viso. Chiudo gli occhi, respiro piano e me ne riempio i polmoni.

I fogli con la nostra storia svolazzano dappertutto, come uccelli abbattuti.

E non mi sono mai sentita viva e libera come in questo momento.

Scrivo.