di Marco Sigismondi


Freddo.
Lo senti sul viso: ti schiaffeggia, ti punge, ti sveglia. Allacci di più il cappotto, stringi la sciarpa, le mani in tasca. Guardi i tuoi piedi mangiare l’asfalto, scandire il tempo al ritmo del tuo passo. La mente avvinghiata alle idee cerca di non crollare, di non cedere il passo al corpo che reclama vita. La mente cerca di portarti via, ma non andrai molto più in la di dove vorranno i tuoi anfibi.
Il mondo è fatto di colori, sempre gli stessi: nero, giallo, rosso, blu. La notte avanza presto: è già lì ad aspettarti quando ti svegli. I tuoi piedi continuano a mangiare l’asfalto.
Gli occhi, lo sguardo, lo specchio di un cielo vuoto. Poche nuvole, pochi soli, poche stelle, molti lampi. Tuoni nella mente che sovrastano le onde esauste dei tuoi pensieri. Fottuta solitudine.
Un paio di cuffie per chiudere ogni entrata al tuo cervello, per lasciarlo piangere sull’Étude op.25 n.12 di Chopin, per piangere sulle note di quel pazzo polacco. Combatti il mondo con dei tasti d’avorio: fai come lui, fottitene ancora, fottitene e basta. Prendi la spada e vomita altro inchiostro e altro sangue. E che si mischino. Vomita ancora, svuotati di tutto, di alcol e pizza, di fumo e rabbia. Vomita inchiostro e mangia l’asfalto.
Corri. Finché la strada cesserà di avere forma, finché il mondo intero cessi di avere forma. Il vento e il freddo ora ti spingono addosso ai passanti. Scansali senza una parola di scusa, le mani in tasca, il cuore pure.