di Giorgia Tribuiani


Tra critica sociale e avanguardia matematica, Flatlandia mira da un lato a descrivere la società vittoriana e dall’altro formula teorie sulla presenza di un universo multidimensionale, anticipando aspetti della teoria della relatività e temi cari a scrittori come Asimov. Qui il mondo appare bidimensionale, popolato da linee rette, poligoni e cerchi liberi di muoversi, incapace di sollevarsi dalla superficie, alla maniera delle ombre. Arriva un giorno una sfera, che in virtù delle sue tre dimensioni non può essere percepita nella giusta maniera dagli abitanti: attraversando un mondo bidimensionale, si manifesta come un cerchio che accresce e diminuisce il suo diametro, cosicché il suo spostamento spaziale viene colto come un mutamento temporale. Intuitiva è la conclusione: da esseri tridimensionali, difficilmente saremmo in grado di cogliere elementi con più di tre dimensioni. Non si ferma qui, tuttavia, il genio di Abbott, intenzionato a dare alla sua Flatlandia una connotazione sociale. Avere degli angoli molto ampi, infatti, nel fantomatico paese significa avere una maggiore intelligenza, cosa che permette ai poligoni con molti lati di ottenere posti di prestigio e che relega gli “isosceli” ai lavori più umili; infine l’analogia tra le donne e le “linee”, costrette a ondeggiare per essere notate, lungi dal voler legittimare una condizione femminile svantaggiata, rappresenta un encomiabile specchio della loro condizione nella società vittoriana.