di Luca Torzolini


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In principio eri uno scrittore. Perché hai deciso di passare alla regia?

Il passaggio dalla scrittura alla regia cinematografica è stato un’evoluzione molto naturale. Ero amante della scrittura e ho iniziato a scattare fotografie a sette anni. Quando facevo le foto provavo un brivido… sentivo il gusto di stare dietro, di osservare, di catturare le emozioni, di immortalare. Quando ho iniziato a narrare le mie storie usando le immagini in movimento, mi sono sentito subito a mio agio. Dirigere un film non è come scrivere un libro. Il cinema ha regole più rigide e meccanismi completamente diversi (anche, ahimé, produttivi). In compenso, sia che si stia scrivendo un libro, sia che si stia girando un film, si tratta pur sempre di narrare una storia e di farlo usando una visione personale. Del cinema apprezzo molto il fatto che si tratta di un’arte più internazionale della letteratura. […] Nella parola scritta le cose funzionano diversamente, perché ti rivolgi necessariamente a gente colta che, a causa dell’imbarbarimento generale in cui è sprofondata la società italiana, scarseggia. Sono poche le persone in grado di finire di leggere un libro in Italia. Le persone che leggono libri colti sono una cerchia ristretta di individui (per come la vedo io, di “Eletti”). Il cinema è un’arte che coinvolge tutte le altre. Si lavora in gruppo, non da soli. Non è solamente grazie al regista che un film viene bene. Con la scrittura, in compenso, puoi ottenere un’esperienza magica che girando un film non puoi sperimentare. Lo scrittore può chiudersi in una stanza ed immergersi in un mondo fatto di personaggi, di relazioni, di storie e fatti creati da solo. Il tutto senza bisogno di budget. La scrittura è l’unica azione umana che ci fa assomigliare, seppur lontanamente, ad una divinità.

Infatti continui a pubblicare libri e sta per uscire Terrorism!. Parlaci di questo libro.

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È un libro molto particolare, una sorta di romanzo noir sul terrorismo individuale. È ambientato nella contemporaneità, cioè in un Italia decadente, una nazione in cui la gente ha perso ogni speranza e in cui la politica non riesce più a governare il paese. Ho scritto questo libro perché mi piacerebbe che l’Italia fosse diversa. Senza dubbio si tratta di un libro politico, inutile nasconderlo. In assoluto è la prima volta che parlo di vicende che riguardano la politica. Lo stile, come negli altri libri che ho pubblicato, è secco. In un centinaio di pagine ho condensato irriverenza pura e antipolitica, nel senso più ruvido del termine. Terrorism! non è un libro per signorine. Il protagonista del libro si scaglia contro la seconda Repubblica, la analizza e la fa a pezzi da ogni punto di vista, è un individuo marcio come l’Italia di oggi. Per come la vedo io, la lettura di questo libro dovrebbe essere vietata ai minori.

Come ti trovi a lavorare nella tua città?

È sempre un’esperienza meravigliosa. Alba Adriatica e la Val Vibrata hanno accolto me e la troupe in maniera molto calorosa. Mi sono sempre trovato bene a girare film in Abruzzo. La gente è meravigliosa, sempre gentile. La popolazione mi ha sempre fornito ogni genere di aiuto. Il calore umano quando giri un film è fondamentale. Il cinema è un’arte che ha bisogno di calore, di amore. Se non fosse stato per la gentilezza degli abruzzesi probabilmente i miei film sarebbero stati imprese molto più complesse. Ho girato in parecchie località e, devo dire, che in Abruzzo si lavora molto bene. In certi posti del Sud, se le persone vedono una troupe cinematografica si chiudono in casa e diventano timorose. Nel Nord, invece, sono meno pazienti e creano problemi (non ovunque). A Roma, stranamente, il cinema viene ostacolato. Pensa che per far poggiare una telecamera sul cavalletto, anche se sei un regista indipendente con budget minimo, ti fanno pagare dai 500 euro ai 1500 euro al giorno. Moltiplica questa somma per almeno venti giorni di lavorazione in esterni e ti rendi conto di quanto sia ingiusto! È una forma di protezionismo imposta dai vecchi cinematografari (e dalle grandi società) e dalle istituzioni. Poi ci si lamenta che i film italiani sono brutti e che in Italia non ci sono bravi registi. Come direbbero a Roma: “Fatece lavorà!”. In Abruzzo, invece, le istituzioni non negano mai i permessi, perché si tratta di girare in località, Pescara a parte, “a dimensione umana”.

Com’è la situazione in Abruzzo e quali sono le difficoltà che deve affrontare un filmaker?

Le difficoltà sono soprattutto logistiche, nel senso che riguardano la carenza, ovvia, di maestranze locali. Da noi non si fa cinema, dunque non ci sono gli strumenti basilari (economici, tecnici e professionali). Ma è così anche altrove. Il cinema, in Italia, lo si fa in prevalenza a Roma, a Milano, a Torino e in Friuli Venezia Giulia (un’eccezione costata ai politici anni di studio e duro lavoro). Il finanziamento dei film che si producono in quelle zone è assolutamente corporativo. Le sovvenzioni vere, quelle importanti, sono solo lì e vanno a quelle quattro o cinque società. Tutti i soldi li beccano loro, mentre per gli altri devi arrangiarti da solo. Per come la vedo io, comunque, se un filmaker vuole definirsi tale, le difficoltà le deve rimuovere e le sovvenzioni devono essere il grasso che cola. Un vero regista è in grado di girare ovunque, senza perdere “tempo di vita” a lamentarsi di questo o di quello. Se sei un filmaker e hai pochi soldi per girare, il film lo fai lo stesso. Se vuoi davvero fare un film, devi tirare fuori gli attributi e creare le condizioni per iniziare e finire il tuo film. Ho conosciuto aspiranti registi che avevano paura di produrre i propri lavori, ma non avevano timore di comprarsi la macchina costosa o di buttare i soldi per uno stile di vita troppo oneroso. Se credi nei tuoi film, puoi anche trovare i soldi per produrli, anche a costo di dover elemosinare ovunque o di vendersi un rene (come ha fatto Robert Rodriguez per prodursi El Mariachi).

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La tua ultima esperienza nel campo cinematografico è stata Alieno, l’uomo del futuro insieme al regista Pierpaolo Moio. Parlami del titolo del tuo ultimo film.

Il film Alieno, l’uomo del futuro si intitola così perché il protagonista del film è un uomo che non è in grado di provare emozioni (alieno, per l’appunto). Secondo la nostra comune visione delle cose (mia e di Pierpaolo, il coregista del film) gli uomini non emotivi sono destinati a diventare i padri delle future generazioni. L’emotività corrompe e logora, l’assenza di emozioni ci preserva dalle sofferenze. L’alienazione nella vita può rivelarsi come un valore aggiunto. Si tratta ovviamente di una provocazione…

Qual è il futuro previsto per il film (Festival, distribuzione)?

Il presente del film è che è stato selezionato presso festival molto prestigiosi. I festival sono importanti, perché esserci significa che hai lavorato bene e che il tuo film verrà visto da un pubblico scelto e dai critici. Portare Alieno, l’uomo del futuro ai Festival è stata una via crucis. Il mondo dei lungometraggi è pieno di insidie e di gente che ha fatto film con budget a sei zeri, mentre il nostro film è costato pochissimo. A Montreal era l’unico low budget della rassegna. Gli altri cinque film italiani selezionati erano dei ”colossi produttivi”. Mi limito a dire che i film a basso costo sono dei guastafeste… perché catalizzano delle attenzioni che “devono” finire altrove. Il mondo del cinema, in Italia, funziona peggio della politica e, citando le parole tratte dal film, “la meritocrazia non esiste”.

A quale progetto stai lavorando in questo momento?

Sto lavorando al montaggio di un film documentario che si intitola Fango. Si tratta di un documentario no-profit sull’alluvione che ha colpito Tortoreto, Alba Adriatica e comuni limitrofi. Si tratta di un lavoro molto interessante che sto portando avanti anche grazie a una collaborazione con la Rai, che mi ha fornito del materiale davvero prezioso. Lo devo girare per forza: primo perché ad Alba Adriatica ci vivo; secondo perché a causa dell’alluvione ho perso tutti i miei filmati girati dal 1992 al 1999 e buona parte della mia produzione letteraria.

Una curiosità. Chiacchierando ho capito che non rispetti la segnaletica stradale. Perché?

Forse perché non so guidare o, molto più probabilmente, perché ho la testa altrove… Chissà, magari sto pensando a qualche scena del mio prossimo film.