In che modo e per quale motivo ti sei avvicinata all’arte della fotografia?
Ho iniziato tutto per gioco, inconsapevole di ciò che stessi realmente facendo. Era un’azione spontanea. Mi creava un particolare tipo di sensazioni il “click” della macchina fotografica; catturare la mia visione delle cose e osservarla. Inizialmente fotografavo per il puro gusto di racchiudere gli attimi sulla pellicola; ma man mano che diventavo cosciente di ciò che facevo, di come lo facevo, ho traslato la mia attenzione verso soggetti del tutto differenti. Prima la scena dei miei lavori era dominata da figure umane; ora sono presa quasi esclusivamente dalle trasformazioni della natura, con particolare attenzione ai paesaggi, e dalla vita quotidiana: oggetti, attimi di vite altrui, inconsapevoli di essere inquadrati dalla mia macchina. Non amo creare l’immagine, non voglio set o pose, tutto deve seguire il proprio corso vitale senza mie interferenze. Una caratteristica che mi rappresenta e che da, forse, l’idea di ciò che faccio è il totale rifiuto di “studiare fotografia”. Niente scuole, corsi o lezioni private. Alcun manuale su come fotografare. Con tutto il rispetto per i grandi artisti del passato comunque presi in considerazione. Nessuno può insegnarmi a esprimere le emozioni. Agisco in modo personale e quasi istintivo.

Assistiamo oggi come oggi a un utilizzo puramente estetico dell’immagine. I fotografi moderni tendono sempre più a stupire il pubblico senza che vi sia un vero messaggio dietro ogni foto, o addirittura, come possiamo vedere dagli scatti dei grandi maestri della fotografia tipo Diane Arbus o Robert Frank, una vera e propria ricerca. Qual è il messaggio che ti proponi di dare al pubblico con le tue foto? Limiti per ora la ricerca a un’evoluzione tecnica o hai già in mente la strada che intendi percorrere?
Un messaggio unico per quanto mi riguarda non esiste. Tutte le mie fotografie arrivano a ogni singolo soggetto del pubblico che le interpreta in maniera personale. Non voglio che le persone debbano restare inchiodate di fronte alle immagini per comprendere il mio pensiero; vorrei piuttosto che tutti facessero considerazioni proprie, mettendo in funzione la mente e viaggiando “nella” foto mediante la propria vita personale, non la mia! Non chiedo agli altri di capirmi o cogliere un’emozione determinata. Ognuno può trovare all’interno delle mie immagini ciò che desidera vedere: questo è il compito di chi osserva! E’ una strada senza una destinazione predefinita. Non è fissata, per mia scelta. Non voglio creare un percorso da seguire, piuttosto opto per il dare vita alla strada stessa che percorro passo per passo assieme alla mia crescita. Lo stesso vale per l’evoluzione tecnica: prosegue parallelamente alla mia quotidiana trasformazione. Essendo io una persona istintiva non programmo nulla, sono consapevole di poter capovolgere tutto in pochi secondi; inutile quindi perder tempo a progettare il domani.

Che differenza c’è secondo te tra pittura e fotografia?
Vedo la pittura come un modo più singolare, e in un certo senso “caldo”, di rappresentare ciò che si vede o si immagina. E’ un lavoro puramente manuale. Si realizza l’opera con le proprie mani ed è secondo me un ponte più vicino all’interiorità dell’individuo. La fotografia invece nasce grazie alle macchine, al progresso. Questo raffredda l’opera a priori. La “macchina” in sé distrugge lo stretto legame tra mente e corpo. Per di più nel quadro è possibile concepire l’infinito, la propria immaginazione, le proprie idee anche del tutto astratte. Mentre una fotografia cattura comunque qualcosa di concreto.

Nelle tue opere si nota un grande amore per le simmetrie e la tendenza a ricercare una forma geometrica particolare. Quanto credi sia importante rispettare “le linee” e “le forme” al fine di ottenere una fotografia valida?
Ricercare e rispettare. Io non seguo nessuno schema, nessuna logica, o almeno non lo faccio con lucidità. Ciò che creo è dettato dalla mia mente e dai miei occhi; è un’evoluzione personale. Non mi pongo il dovere di obbedire a un qualunque schema. Amo tuttavia le forme e le linee che quindi cerco spontaneamente. Non vuol dire però che una fotografia sia scadente senza questi parametri.

Sperimentazione o regole accademiche?
Sperimentazione sempre e comunque. Come ho già detto in precedenza non studio la fotografia, creo uno stile personale dettato esclusivamente dalla mia natura. Qualsiasi opera deve essere lo specchio dell’artista, senza interventi esterni.

Che rilevanza dai all’illuminazione?
La luce è fondamentale in una foto, credo sia l’elemento che le da vita. Bisogna però saperla sfruttare al meglio per i propri intenti. Prediligo i forti contrasti tra luce e ombra, le quali delineano e sopratutto risaltano i soggetti che vado a fotografare.

Quanto è influente l’uso di Photoshop o di altri programmi che modificano i valori dell’immagine per un fotografo del ventunesimo secolo?
Diciamoci la verità, oramai la maggior parte dei fotografi modifica i propri lavori con metodi digitali; il che, in fondo, non sarebbe un male se si limitassero esclusivamente a “ritoccarla” e non ad alterarla del tutto. Questo è però un discorso complesso dato che dipende da ciò che si vuole ottenere. Per esempio rappresentando una persona, un volto, penso sia sbagliato manipolarne l’immagine, con ritocchi per di più, a mio parere, insensati. Preferisco l’autenticità della foto; faccio uso di programmi per mutare i miei lavori, ma per lo più modifico i colori ed i contrasti senza manomettere il contenuto.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Da quando mi sono trasferita a Londra le opportunità si sono allargate a vista d’occhio. Il passaggio da una piccola cittadina come quella di Alba Adriatica a una metropoli ha giovato  considerevolmente alla mia vita, dandomi una marcia in più nel mondo della fotografia. Il mio progetto attuale riguarda appunto Londra, sto raccogliendo immagini della città soffermandomi su determinati luoghi e persone. Prossimamente ho in programma delle esposizioni dei miei lavori nelle strade di Soho. Nel futuro chi lo sa? Sono imprevedibile in ogni caso!