di Stefano Tassoni


Gioacchino BelliTra le poche vette che emergono nel paesaggio collinoso della poesia italiana dell’età romantica, si stagliano quelle rappresentate dall’opera di Carlo Porta e Giuseppe Gioacchino Belli a significare, almeno per il secondo, «un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma». Il riconoscimento della loro grandezza, oggi unanime, si manifestò con faticosa lentezza: perdurava la tenace resistenza del pregiudizio circa la costitutiva inferiorità del dialetto, un pregiudizio che affondava salde radici nelle Prose della volgar lingua (1525), il primo testo dichiaratamente formativo e che effettivamente formò notevolmente la lingua letterale italiana, ma anche nella storia culturale e politica, remota e prossima, dell’ostinata eredità classicistica e puristica. E come non ricordare le istanze unitarie e centripete trasmesse dal Risorgimento all’Italia unita e al Ventennio? Ancora nel 1945 ci si poteva lamentare che non fosse adeguatamente riconosciuta la statura “europea” dei due grandi dialettali, a dispetto dei due eccezionali talent scouts d’Oltralpe che l’avevano intuita con chiaroveggenza: Stendhal e Gogol.
Porta e Belli, dunque. Milanese il primo e romano il secondo, però se Milano fu la città più cosmopolita dell’Ottocento e più disposta verso slanci intellettualistici, altrettanto non si può dire di Roma dove l’autunno del Medioevo sembra durare in eterno e «le pecore passano per il corso». Ma la lettura del Belli non si limita a quel testo ideale che è la città: l’Introduzione da lui abbozzata nel cuore della più calda suggestione portiana, ha il sapore di un tacito dibattito col Porta. Se Milano gli era apparsa l’anti-Roma, l’operazione del Romano non può coincidere con quella del Milanese. Vi sono già in germe le persuasioni linguistiche che, trent’anni dopo, rappresenteranno un’obiezione alla futura poetica linguistica italiana. Inoltre la forte presenza di una propria poetica personale da qui deducibile, fa della corruzione linguistica in senso dialettale un’impareggiabile e coerente marca stilistica a sottolineare che ciò che si sta per leggere non rappresenta i «popolari discorsi» tout court ma i «popolari discorsi svolti nella sua poesia». Una poetica fortemente legata alla propria concezione linguistica, ma non solo. La corposa presenza di un sottinteso personaggio parlante che enuncia il sonetto (le note del Belli e la grafia diacritica indicano senza dubbio che il poeta concepì i suoi testi per la dizione) presiede ad affermazioni essenziali nell’Introduzione, dal rifiuto di nascondersi «perfidamente dietro la maschera del popolano» per «prestare a lui le sue massime e i principi suoi, onde esalare il suo proprio veleno sotto l’egida della calunnia», all’assunto di costruire il «monumento» della plebe (non «alla plebe», in quanto monumentum, documento) «facendo dire a ciascun popolano quanto sa, quanto pensa e quanto opera».
Orbene, questa voce che si fa magistrale coerenza di stile, è pur sempre definita nei modi “degradati” di una lingua che il poeta ritiene e definisce come altro da sé. Quando Belli rigetta l’accusa di enunciare attraverso la «maschera del popolano le massime e i principi suoi», quando ammonisce di aver voluto introdurre «il nostro popolo a parlare di sé nella sua nuda, gretta ed anche sconcia favella» esponendo «le sue storte opinioni» (ma anche «i suoi originali pensieri intorno ai più elevati ordini di questo social corpo di cui esso occupa il fondo»), il poeta non obbedisce solo ai timori della censura: dice una verità, se non tutta la verità, e ci offre anche una chiave d’approccio ai suoi sonetti. Il loro carattere essenzialmente orale non coinvolge solo problemi d’esecuzione, ma anche di un’interpretazione ideologica. (da far mutare persino il senso del più celebre sonetto, Er giorno der giudizzio, nella varia pronuncia dell’ultimo verso: «smorzeranno li lumi, e bbona sera». È un brivido tragico, la paura di una buia e vuota eternità? È il sorriso su una teologia che finisce in barzelletta? È il modo umile di riappropriarsi, domesticamente, di un lessico remoto ma perennemente attuale?)
Così ferma e scultorea la parola poetica del Belli eppure così ambiguo il suo messaggio! Chi parla? È il portavoce della beffa belliana? O è il vero beffato? Questo mi pare essere il punto critico, il cuore interpretativo dei Sonetti, l’insidia tesa ad ogni viaggio all’interno del corpus che appoggi il suo argomentare su una sequenza di citazioni.
E dunque il Caffettiere è il portavoce del cupo pessimismo belliano? O quello sproposito, fisolofo per filosofo, getta l’ombra del sorriso sulla meditazione, degradandola a luogo comune in vile metafora? Ai posteri l’ardua sentenza…

L’ommini de sto monno sò ll’istesso

Che vvaghi de caffè nner mascinino:

C’uno prima, uno doppo, e un antro appresso,

Tutti cuanti però vvanno a un distino.

Spesso muteno sito, e ccaccia spesso

Er vago grosso er vago piccinino,

E ss’incarzeno tutti in zu l’ingresso

Der ferro che li sfraggne in porverino.

E ll’ommini accusì vviveno ar monno

Misticati pe mmano de la sorte

Che sse li ggira tutti in tonno in tonno;

E mmovennose ognuno, o piano, o forte,

Senza capillo mai caleno a ffonno

Pe ccasca nne la gola de la morte.

Roma, 22 gennaio 1833