Nel 1925, un manifesto di artisti francesi che si firmavano “la révolution surréaliste”, indirizzato  ai direttori dei manicomi, così concludeva: “Domattina, all’ora della visita, quando senza alcun lessico tenterete di comunicare con questi uomini, possiate voi ricordare e riconoscere che nei loro confronti avete una sola superiorità: la forza”.

 

Incipit del discorso su “La distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione”, Franco Basaglia

A se stesso

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera
E l’infinita vanità del tutto

Giacomo Leopardi, Ciclo di Aspasia

Coloro che vengono qui soltanto per ascoltare
una commedia gaia, licenziosa e rumore di scudi
cozzanti; coloro che vengono qui per vedere
un buffone multicolore resteranno delusi nella
loro aspettativa.

William Shakespeare, Prologo dell’Enrico VIII

ed Epigrafe del primo numero

dell’Zeitschrift für musik

Il futuro non è qui. Questa desolata Italia, teatro di mutui suicidi. L’omologazione è una cosa claustrofobica. Non lo senti l’affannoso soffocare della tua mente, lettore? È tutto uguale, tutto sistematicamente uguale. E noioso. E indifferente. Non la senti la tua tristezza, lettore, come lo sguardo di un povero vecchio che guarda in una sera malinconica una lampadina di Natale fuori periodo? Lettore, mi senti? Senti la rabbia con cui parlo e mi porto alle tue orecchie, con la pretesa di farti paura e di non lasciarti dormire la notte?

Ogni opera d’arte, ricorda, deve differire dalla precedente, cercare un’elevazione o tentare una via alternativa per far giungere il proprio messaggio. Mai l’arte deve riprodurre in serie un oggetto; si chiamerebbe industria. Ti piace l’industria? Operai incollati all’alienante routine, privi persino del coraggio di guardarsi l’un l’altro.

Così non può andare.

Quasi duecento anni or sono, Leopardi scrisse la poesia A se stesso denunciando “l’infinita vanità del tutto”. Eccomi, con l’identica sensazione, a osservare il panorama culturale italiano. A me, nonostante tutto, qualche battito d’amore è rimasto: è necessario creare un nuovo paradigma editoriale. Con volontà viscerale mi propongo quindi di donarvi una rivista; una sfida con me stesso che m’impone di non scodinzolare festante dietro i classici modelli editoriali del nostro vecchio, marcio, brutalizzato paese. Con incoscienza mi espongo a voi, mostrando un manufatto artigianale intriso di spiriti.

A Roma mi hanno chiamato “il pazzo editore”, attorno ad un tavolo ove i più grandi e ignobili editori bisbigliavano coi più grandi e venduti scrittori. Luca Torzolini con 4 euro in tasca, in attesa della sua poltrona in prima fila allo spettacolo di Fo, che avrebbe grondato lacrime per la grandezza, l’invidia e insieme l’istinto di emulazione provocatogli dal grande vecchio. Sapeva già che si sarebbe odiato in futuro, quando, rendendo pubbliche queste parole, avrebbe ucciso quell’emozione.

E allora chiamateci anche pazzi, ma noi avremo la forza, noi ce l’abbiamo la forza, di strapazzarvi come bambole vecchie e dimostrare che la pazzia è ancora una volta simbolo di superiorità.

Scriveremo una storia, scriveremo La Storia come voi non avete saputo fare. E mentre voi cercherete di sopravvivere, affannando e sbavando come iene attorno alle carcasse di poveri cristi caduti, noi saremo lì a guardare le stelle attraverso un antico cannocchiale e, senza accorgervene, mentre noi guarderemo il cielo e voi ci guarderete, avrete finalmente la netta sensazione di essere caduti proprio in basso.

Luca Torzolini