(Da “Il libro dell’inquietudine” – Fernando Nogueira Pessoa) “Sarò capito solo in effige, quando per chi è morto l’affetto non compenserà più la totale indifferenza di quando era vivo. Forse un giorno capiranno che ho compiuto, come nessun altro, il mio dovere-congenito di interprete di una parte del nostro secolo; e quando lo comprenderanno, scriveranno che nella mia epoca non sono stato capito, che sventuratamente sono vissuto tra la disaffezione e la freddezza e che è un peccato che mi sia successo questo. E chi lo scriverà, nel periodo in cui lo scriverà, sarà come coloro che mi circondano, uno che non comprende il mio omologo di quel tempo futuro.”


Re-volver riconoscerà Pessoa. E non aspetterà che gli si piazzi di fronte: lo andrà a cercare nella canicola dell’alienazione artistica, mentre sorseggia birra e pigia i tasti del computer sperando siano il punto G degli esseri umani; o lo troverà con una bomboletta in mano a fare i graffiti sui tristi muri di Roma o con una reflex che cerca l’infinito nello sguardo di una pozzanghera. Lo contemplerà estasiato mentre a 4 anni tiene in mano il suo primo violino o quando a 80 sta girando il suo ultimo film indipendente con i soldi della pensione, del funerale e dell’appartamento in pieno centro, che non potrà permettersi all’inferno. Lo cercherà disperatamente, senza sentirsi in dovere di una motivazione più elevata, perché l’arte e stata e sarà sempre l’ultimo gradino di una scala mobile percorsa al contrario.

Luca Torzolini