di Federica Lamona


Donne e letteratura 2Lo sapevate che un pugno di “vecchie zitelle” qualche secolo fa scoprì le pari opportunità  senza avere le “doti”delle “ministre” dei giorni nostri ?
Ancora una volta deluderemo le vostre aspettative. Questo non è il solito articolo femminista con rivendicazioni sull’esclusivo possesso della vagina o sul vittimismo prodotto di anni e anni di giogo di una società sin dai tempi biblici spudoratamente patriarcale. Sarebbe troppo prevedibile. Anche perché lo stereotipo della donna infuriata con l’intero genere maschile… diciamoci la verità… non  funziona più… non ha mai funzionato… A che serve urlare quando in passato donne degne di questo nome, dal chiuso della loro casa dallo steccato bianco e dalle aiuole odorose e ben curate, scrivevano le più belle pagine della letteratura mondiale? Alcune signorine della storia letteraria inglese, che polemicamente rimasero tali per tutta la vita, lasciarono parlare  le loro opere pubblicate con pseudonimi maschili, corrodendo dall’interno lo stereotipo della brava ragazza dell’alta borghesia, accettato e sfruttato solo come veste d’apparenza. Jane Austen, ad esempio, oltre che  sfornare magnifiche torte(?), ritraeva con pennellate caustiche, ironiche, salaci,quasi dickensiane(?), i personaggi vivi della seconda metà del XVIII secolo con le loro frivolezze tremendamente reali, tra balli, pettegolezzi, pizzi e crinoline accuratamente intessuti di amare delusioni e fallite scalate sociali. Emily Brönte, nota ai suoi contemporanei come il romanziere Ellis Bell, si occuperà per l’intera esistenza del ménage familiare, ma darà vita ad un capolavoro come Cime Tempestose. Qui la nobile protagonista Kathrine viene consumata fino alla morte dalla passione malata e adulterina per Heathcliff: uno spietato straniero senza radici, uno zingaro dalla pelle scura animato da sanguigni istinti primordiali. Il tutto immerso in un’atmosfera oscura dove il gelido vento della brughiera ulula fra apparizioni  spettrali, agonizzanti barboncini impiccati e tombe custodite dai rovi. E l’elenco delle illustri rappresentanti del genere femminile in questo campo sarebbe infinito. Il punto però è un altro. Essere donna non significa “ostentazione” per un verso o per l’altro: per vuota apparenza o per rifiuto sterile e snaturante della congenita femminilità. Essere donna è un dono:  la vita, l’intuizione, le viscere, l’utero, l’intelletto, il canto enigmatico delle sirene; è indossare i pantaloni con la mente e… soprattutto…. dire a qualcuna delle nostre “ministre” di sbottonarsi un altro po’ quella camicetta così prende la laringite e magari la finisce di sparare balle…