di Giorgia Tribuiani


“E voglio dire che la malattia creatrice […] è mille volte più benvenuta nella vita di quanto non sia la salute che si trascina ciabattando. Non ho mai udito una cosa più sciocca dell’affermazione che dai malati possa venir soltanto una cosa malata”.
Una violenta rivisitazione del Faust marlowiano, un’appassionata accusa rivolta alla “mediocrità salutare” in cui, non in nome della conoscenza si china il capo dell’uomo, ma dell’arte e dell’espressione, affinché dalla malattia possa nascere la creazione.
Doctor Faustus è la biografia del musicista Adrian Leverkühn raccontata dall’amico Serenus, che assiste progressivamente alla sua dannazione: vive con lui un’infanzia spontanea e lo accompagna durante la sua discesa inarrestabile, fino all’inevitabile declino. Mefistofele spinge Adrian verso la via che già gli appartiene; diventa, in questo contesto, null’altro che un’entità simbolica volta a rappresentare una scelta che va al di là dell’umano. E che lui esista o non esista, non ha più alcuna importanza. “Vale la pena chiedere se sono realmente? – domanda all’uomo – Non è forse reale ciò che agisce, non sono verità l’esperienza e il sentimento? Ciò che t’innalza, ciò che aumenta il tuo senso d’energia, di potenza e di dominio, corpo del diavolo, questa è la verità… fosse pure cento volte menzogna se considerata sotto l’angolo visuale della virtù […] L’esistenza stravagante è la sola che basti a una mente orgogliosa”.