di Domenico Pantone


DevotionIl secondo lavoro dei Beach House, il duo di Baltimora composto da Alex Scally (chitarra e tastiere) e Victoria Legrand (canto e organo), rappresenta uno degli ultimi capolavori del cosiddetto “dream-pop”,  genere nato agli inizi degli ’80 con i Cocteau Twins e la mitica etichetta 4AD. Concetto rilevato da molti e da ribadire, il “dream-pop”, a differenza della psichedelia, non muove verso l’esterno, per inseguire evasioni lisergiche e paradisi artificiali, ma verso l’interno, nel tentativo di dar voce non tanto al pullulare turbato e indistinto del subcosciente quanto alle più sottili sfumature emozionali. Comunque consonante al modulo psichedelico nella comune dimensione orizzontale: «alla struttura narrativa, verticale, del rock classico, il “dream-pop” contrappone una struttura statica, contemplativa» (Scaruffi).
Oltretutto una poetica del vago e dell’indefinito, che trova in Devotion una risoluzione esemplare. Undici tracce giocate secondo i medesimi stilemi: un intreccio di suoni delicato e soffuso, il cantato blando e incisivo, algido e profondo, della Legrand, e un’ipnotica stanchezza strumentale. Percussioni campionate e leggermente accennate, chitarre eteree e impalpabili, ambiziosi ammicchi ad organi di chiesa e irriconoscibili “hammond” d’annata affogati nell’era digitale. Una trascendenza smussata, tenuta a bada dalla matrice scanzonata e malinconicamente giovanile delle composizioni. «Melodie semplici rivestite di stoffe pregiate», avrebbe detto Matteo Totaro.