di Marcello Arcesi

Nel passaggio dal 1800 al 1900 si verificò nell’arte l’abbandono del reale e del naturale. Tale processo prese piede già decenni prima quando l’impressionismo o il divisionismo iniziarono a frazionare l’immagine tramite macchie o punti di colore, tuttavia queste tendenze rimasero fortemente attaccate alla componente realistica e alla soggettività dell’artista. Un salto decisivo ci fu quando Kazimir Malevič 1878-1935, in parte influenzato da alcune correnti europee, parlò in maniera esplicita di un’arte senza oggetti. Egli nel rispetto del periodo storico e sotto l’influenza delle tendenze occidentali, iniziò la sua attività d’artista rappresentando soggetti concreti, esistiti e reali, in uno stile vicino a quello di Cézanne, ma in pochi anni abbandonò tali rappresentazioni e sviluppò una vera e proprio teoria. L’approdo al suprematismo fu graduale, le tele dell’ucraino iniziarono ad essere più pulite, dipinte con colori puri e con sempre meno dettagli. I contadini e gli artigiani lasciarono il posto a quadrati e rettangoli monocromatici. Per Malevič l’arte degli oggetti e dei sentimenti dell’artista era finita, sulla tela doveva traspirare una rappresentazione più oggettiva possibile. Nella prima parte del Novecento nasceva l’arte delle matrici, cioè quell’arte fatta attraverso schemi e segni grafici ricorrenti, caratteristici di ogni artista ma tutti legati dalla comune rappresentazione del mondo esterno con forme minimaliste e prive di corrispondenza col naturale o col reale. Se si osservano tutte le forme d’arte dalla fine dell’Ottocento fino ad oggi, in un quadro generale, ritengo che il viaggio intrapreso da Malevič e altri come lui (Vasilij Kandinskij 1866-1944 o Piet Mondrian 1872-1944), non si sia esaurito a metà del secolo scorso ma al contrario sia stato addirittura estremizzato in forme espressive come quelle dell’arte sonora, dove l’artista non solo ha rinunciato agli oggetti del mondo, quelli che rappresenta in maniera realistica, ma va oltre eliminando anche gli strumenti tipici dell’arte: tela, pennelli e colori. Non c’è più nulla da osservare su una tela, non c’è più una tela. L’opera d’arte è un suono scelto, una registrazione ragionata, al massimo la location o l’ambiente che ospita gli speakers e gli altoparlanti. Forse ancora pochi artisti italiani si cimentano in questo tipo di espressione artistica, ma proprio in Italia abbiamo avuto mostre significative su questo genere di arte, la maggior parte delle quali dovute al grande lavoro dell’associazione romana Zerynthia che tramite il progetto RAM (Radio Arte Mobile) da anni raccoglie e archivia performances sonore di numerosi artisti. Di fondo tra Malevič e Alvin Lucier 1931-? (per citare solo uno dei sound artists) va detto che esiste una differenza fondamentale: quella che colloca il primo su un piano di critica sociale e di alternativa pittorica all’arte della sua epoca, il secondo in una sfera dell’espressività dove quello che conta è soprattutto la percezione, non più visiva. Entrambi però sono legati dalla non-rappresentazione, cioè dall’idea che l’arte non si operi solo per fini estetici bensì per la ricerca di se stessa. Ecco l’astrazione radicale.