di Giorgia Tribuiani


Un giorno, cadendo da cavallo, Gabriele D’Annunzio scoprì l’importanza della stampa. Era a quel tempo poco più di un brillante esordiente e qualcuno “per malignità o per errore” sparse la voce della sua morte: quasi tutti i giornali portarono articoli necrologici sul giovanissimo poeta che la morte aveva colpito nel primo fiore delle speranze. La brutta notizia fu smentita; ma restò la glorificazione funebre.

D'annunzioIl fatto, secondo il poeta, “contribuì ad aumentare il rumore” intorno al suo nome: con esso si rese conto di quanto uno scoop sulla vita di un artista potesse richiamare l’attenzione sulle opere dello stesso: in seguito, infatti, si servì spesso della stampa per creare scandali sul proprio nome e farsi pubblicità. Come, ad esempio, tornando ad annunciare il proprio decesso, rendendo note le proprie avventure sessuali, dandosi a spettacolari dimostrazioni guerrafondaie. Avendo compreso la potenza della stampa, la usò in ogni modo come mezzo di autopromozione e, grazie alla capacità divulgativa, riuscì a creare un proprio personaggio.

Poi, tuttavia, capì che avrebbe potuto sfruttare le sue abilità di giornalista non solo per un proprio tornaconto, ma anche per una causa più grande e a lui cara: fu così che cominciò a combattere sui giornali una vera e propria battaglia contro la letteratura spicciola e massificata. Non l’artista, ma il periodista lasciò la Torre d’Avorio per elevare la cultura dei lettori e preparare il popolo all’arte.

«L’arte non dovrebbe mai cercare di rendersi popolare. È il pubblico che dovrebbe cercare di rendersi artistico. C’è un’enorme differenza», aveva scritto Oscar Wilde nel suo saggio Critica del socialismo, e D’Annunzio, sulla sua stessa lunghezza d’onda, si batté per questo, per avvicinare la moltitudine al lavoro dell’artista.

«Anche la miserabile fatica quotidiana del giornale, in questa prima sollevazione – scrisse nel 1887 sulla Cronaca bizantina – vi appare meno dura e meno inutile poiché vi illumina la speranza che almeno una piccola parte dei vostri convincimenti e dei vostri intendimenti e dei vostri gusti si diffonda nella moltitudine e serva a preparare tempi migliori per l’arte che amate».

Compito del buon cronista, dunque, divenne per lui quello di affinare il gusto del lettore, per far sì che il romanzo di elevato livello avesse successo.

«L’idea seminata nel giornale – scrisse su La Tribuna – più che nel libro, o prima o poi produce il suo frutto. E non v’è forse spirito ottuso di letteratura in cui l’insistenza di chi scrive non riesca a produrre una qualche fenditura, ad aprire un piccolo varco. Inoltre, la passione ha un’efficacia straordinaria sulla massa popolare. Tutti i sostenitori appassionati di un’idea emanano una forza più cattivante di qualunque sofisma». È il motivo per cui Sighele definì il poeta-giornalista un “meneur des foules”, una sorta di opinion leader in grado di condurre i lettori sulla strada del progresso.

Se volessimo riutilizzare la metafora della Torre d’avorio, potremmo dire che il giornalismo di D’Annunzio si prefigurò come una sorta di ponte levatoio per permettere alla moltitudine di scavalcare il D'annunziofossato e di raggiungere l’artista: risulta chiaro, dunque, che l’intellettuale fosse ben lungi dal voler «soggiogare in uno schema di cultura “un esercito di serve, di parrucchieri, di portinai, di pizzicagnoli” che “si getta avidamente sull’ultimo fascicolo illustrato” uscito dalla tipografia». Le sue cronache, al contrario, necessitavano di un pubblico attivo, che si impegnasse a seguirlo lungo la strada dell’arte: fu questo anche il motivo del suo conflitto con Treves, che alla qualità opponeva spesso la “capacità di vendere”.

Gli articoli dedicati alle opere d’arte, inoltre, divennero anche lo spunto per esporre una personale concezione dell’opera artistica: presentò l’arte come un lavoro di semplificazione, in grado di orientare l’osservatore (o il lettore) verso la realtà complessa delle cose. «Il disegnare – scrisse sul Corriere di Napoli – non sta nel vedere semplicemente quel che è», ma nell’estrarre ciò che nella varietà merita d’essere distinto, «quel che dà carattere (…) Un’opera d’arte, se è perfettamente concepita ed eseguita secondo un tal principio, entra nel mondo non come una opera ma come un vivente organismo, al paro degli altri viventi organismi, e nella coscienza degli uomini seguita a vivere, eterno soggetto di studio, come la vita».

Il disegnare sta quindi nello “scegliere”, per cui «non soltanto l’occhio, non la mano soltanto fa il buon disegnatore; ma sì bene l’intelligenza, poiché lo scegliere è una delle più alte operazioni d’intelligenza». Non sembrerà strana, a tal punto, l’avversione nei confronti di tante opere di poco conto: «bisogna troncare le gambe a tremila pittori ogni anno – affermò D’Annunzio  – se no, fra dieci anni, tutti saranno pittori e non ci sarà più pittura (…) L’Arte non è una istituzione di beneficenza. E non è un mestiere. Quindi non ha per iscopo l’alimentazione di gente bisognosa».

Stesso discorso per la letteratura. Il poeta fotografò la situazione di un’Italia inondata da letteratura amena, nella quale era già in corso la proliferazione di  «biblioteche minime, lillipuziane, diamantine, gialle, azzurre, verdi, a venticinque centesimi, a quindici centesimi, a dieci centesimi e perfino a un soldo», dove «la concorrenza tra i piccoli editori diventava ogni giorno più attiva» e «migliaia e migliaia di volumi si propagavano per tutta la penisola, leggeri e multicolori come le foglie d’una foresta abbattuta da un vento d’autunno».

Per D’Annunzio questo era sintomo di una corruzione dello stesso sistema artistico, che avrebbe dovuto essere destinato, non all’appagamento dell’industria editoriale, quanto all’elevazione delle masse e alla loro guida. Alla base di questo problema, dunque, il poeta pose “il bisogno del sogno”, la necessità di soddisfare «l’appetito sentimentale della moltitudine (…) mai giunto a un così rapido consumo di alimenti letterari». Da qui alla nascita della “fiera degli ideali a buon mercato”, il passo era breve.