di Luca Torzolini

foto di Chiara Francesca Cirillo

Un’intervista profonda, viva nei giochi di parole e nel sarcasmo disincantato del monito. Una lettura dell’agonia della Terra, per la presenza di esseri stolti, infimi e infami che sfruttano stelle di plastica. Un dialogo fra sé e sé, fra sé e l’umano, per chi è capace di leggere l’infinita meraviglia di essere parte dell’universo. 

 

Flavio Sciolè 1

 

PRIMO TEMPO

1-Puoi rispondermi, con una logica diversa da quella del dialogo convenzionale, a questa domanda?
Posso risponderti a questa domanda con una logica diversa da quella del dialogo convenzionale? Potrei ma non lo farò.

2-Dove si rifugia la purezza? Cosa la uccide? Cosa la fa rinascere?
Risiede nell’Infanzia e nella Follia. Col crescere le norme la uccidono, può restare in vita solo nello sguardo di un pazzo; siamo prigionieri alla vana ricerca di una medicina che ci salvi.

3-Se l’infinito fa l’amore col nulla cosa accade?
Appare Leopardi con in mano una copia di ‘Nature e Nulla’.

4-Ci si può liberare dai media negativi? O meglio: come si può mediare il proprio operato senza che si contamini d’altrui ‘visioni della cosa’?
L’unica risposta è data dal non-senso, dall’interagire al contrario rispetto all’interlocutore. Comunque, se l’opera non è esplicata dall’autore ognuno ne trae il senso che vuole; viceversa, se è esplicata, il senso dato dal creatore è postumo, successivo alla creazione e quindi parziale.

5-Quali sono le domande giuste? E soprattutto: per fare cosa?
Le domande giuste sono quelle che non prevedono una risposta; questa ad esempio e comunque, tanto per ripetermi: l’unica risposta è data dal non-senso, dall’interagire al contrario rispetto all’interlocutore, comunque, comunque.

6-Cosa faresti per distrarmi?
Guarda, c’è della gente che finge di respirare attorno a te. Ricorda che ti ho insegnato a mangiare il sale.

 

Flavio Sciolè 2

 

SECONDO TEMPO

7-Quando hai capito che ti saresti dedicato all’Arte?
L’Arte mi ha attratto-assorbito fin da bambino ( a sei anni avevo creato-generato delle poesie, alle elementari avevo scritto un libro sui pirati) per poi esplodere nell’adolescenza quando la Poesia è stata la prima istanza, urgenza indicibile. Spendevo, bene, i pomeriggi a scrivere ed a leggere. I miei temi erano già quelli che mi diverranno sempre cari come un ermo colle: disincanto, pioggia, delirio. Per stornare, tornare, alla domanda, la passione, il cammino, il kalvario verso il Golgota dell’Arte è divampato pian piano per divenire, dichiararsi, incendio immane ed io il primo dei piromani. Da un certo punto in poi l’attenzione è andata sempre verso gli altri artisti, le altre forme d’Arte, incontrovertibilmente. Dove c’era un suono inutile è arrivato il punk, l’hardcore, il noise; dove c’era la parola è nata la poesia; dove c’era la recitazione è arrivata l’antirecitazione; ed ancora: la rottura dei tempi, gli schermi spaccati, i teatri bruciati. Più che di vocazione, anche se l’accostamento sacerdotale mi soddisfa e disfà nel fa, nel farsi, nel fare, nel disfare, per Me si è trattata di un’Istanza, parola chiave di tutto il mio percorso di Vita-Arte. L’Arte è un’impellenza, una condanna, un qualcosa che divora il tuo corpo e la tua psiche. L’Arte è il tutto, la potenza generatrice, l’orgasmo eterno, dipendenza irrevocabile: pArte inscindibile di me. Ogni artista Reale è un condannato, un reietto, un maledetto nei secoli dei secoli, amen.

8-Perché ti definisci antiartista?
Nel divenire, nel trascorrere inesorabile del tempo, mi accorsi che il mio essere Artista (e di seguito Attore, Regista, Poeta, ecc., quindi Niente) andava esattamente nella direzione opposta a quello spirito che sentivo sgorgare furioso in me. Non cercavo le Sacre scritture dell’Arte, i cosiddetti maestri colmi di regolette pronti ad ammaestrarmi, non cercavo consigli e consigliori. I profeti del posto fisso nell’Arte, del raggiungere un obiettivo (ed io a tutt’oggi, ma anche domani, non ne ho), del prostituirsi a chiunque, li ho odiati subito, scacciati dal tempio, mandati a fanculo, sputati via con tutta la razza umana ed il suo desiderio osceno di dover avere, essere. Scalciavo, urlavo, iconoclasta ed in contrasto con tutto quello che non venisse da un sentire reale, dallo stare nell’atto, dall’evocare l’azione, dal tagliarsi e veder defluire sangue e poesia. Ho appreso di essere altro, ed altro erano anche tutti coloro che ammiravo: evocatori, poeti ubriachi, attori violenti, suicidi geniali. L’impossibilità ( e qui torna l’istanza) di essere artista mi ha portato a divenire un antiartista, d’altronde cosa avevo in comune con l’attore lecchino del capocomico, col poeta ragioniere di maniera, col lavoratore cineasta e cinematografaro? Quali colleghi? Creare, Essere, Evocare non replicare o meglio, per cita in armi: Arte non una parte. Cosa potevo avere in comune con questa mirabile, eccelsa schiera di impiegati, io, colle mani colme di poesie decadenti e sangue, cogli occhi pieni di meraviglia e stupore, deciso a morire giovane, intento a camminare nella pioggia tutto il tempo, colla distruzione a riempirmi di vita? Lo stupore, ecco cosa ho a lungo inseguito, lo stupore nell’Atto, che sia Artistico o Vitale, nell’Agire, nell’Essere. Il passo dall’arte all’antiarte è stato breve. Paradossalmente ero già un antiartista anche quando non lo ero e le mie disopere erano già antiarte. Oggi l’artista è divenuto un codice a barre, un prodotto da vendere. L’antiteatro e l’anticinema (Debord), sono concetti già codificati, io li ho presi e resi dogma, cifra unica del mio percorso, reiterazione ossessiva e continua, non atto casuale o isolato (come è stato ed è tutt’ora). Quanti iniziano sperimentali e muoiono narrativi? Troppi, quasi tutti. Le nuove avanguardie, se tali, comprendono benissimo l’antiarte ma credo che la sua portata sia spesso sottovalutata o non utilizzata come rimando culturale.

 

Flavio Sciolè 3

 

9-Come vedi il mondo dell’Arte?
Nel mondo dell’Arte stimo ‘solo’ chi fa dell’intransigenza, della coerenza ( fino a pagarne le estreme conseguenze), la propria cifra. Del mondo dell’Arte odio quasi tutto. La mia esperienza mi ha portato a comprendere che il tentativo continuo di modificare l’Io di ognuno, il volerlo subordinare alla norma, ingabbiarne l’anarchia in celle fredde e buie, è continuo, incessante, duraturo. L’Arte non è una merce; l’artista non deve essere un mendicante colla mano tesa in cerca di un misero obolo che ‘contribuisca’ alla sua consolazione. Non c’è consolazione, non c’è redenzione mai, ci aspettano i vermi, la fredda terra, polvere ritorneremo. Negli ultimi anni poi c’è stato uno spostamento netto verso l’Ignoranza. Critici scadenti e scaduti dominano il sistema e preferiscono portare avanti i mediocri, gli improvvisati, gli scopiazzoni della domenica. Questi lavoratori-artisti hanno il vantaggio, agli occhi del curatore, di essere mediocri, pieni di sé e manipolabili. Negli ultimi anni ho visto esposizioni davvero orrende, tutti a copiare ed a spacciare per nuove le loro operette (immorali) ai propri amici intervenuti di corsa al vernissage. Si tratta di patetiche scimmie; sfigati colmi di buonismo che devono riempire un vuoto. Poveri geometri che rincorrono poveri muratori che nel fine settimana non si accontentano di fruire d’arte, pretendono di crearla. Ripulire è facile, sporcare è difficile. Vi divertite a fare gli artisti con la pancia piena, vi terrei a pane ed acqua.

10-Se ti dico mestiere?
L’arte non è canalizzazione delle emozioni, mestiere. L’energia fa fatta fluire come un fiume in piena, gli argini vanno rotti per poter perdere il controllo. Solo nell’imponderabile può esplodere una pura verità, una restituzione altra.

11-Cos’è il talento, ne hai?
Il talento va sprecato, gettato alle famosissime ortiche. Bisogna mancare, perdere, per essere. Io, forse, potevo esserlo; sono una risorsa mancata, bastava cedere almeno lo 0,0001% ma non è andata così. Il sistema è questo: non dare spazio, mezzi, visibilità a chi non si allinea ad un agire artistico edulcorato. Se la resistenza del soggetto persiste si aspetta che si sfoghi, che invecchi, che muoia.

12-La provocazione?
Oggi la provocazione non ha più senso, la vera provocazione è l’oblio ‘il perdersi d’assenza nell’assenza’ (cita ‘di questa nebbia’, poesia/video del 2015). Bisogna dismettersi, scomparire.

13-Influenze?
La mia Vita d’artista, d’antiantiartista, è stata influenzata da tutto e niente, evocando: ogni avanguardia, ogni sperimentazione, mia madre, la poesia, la letteratura, la pittura, l’estetica beat, l’espressionismo, il surrealismo, il decadentismo, il romanticismo, il situazionismo, l’azionismo viennese, la performance fino agli anni settanta, il punk, il noise, l’hardcore italiano, il pogo, la body art, la pioggia, l’ateismo, l’antiteatro, il cinema sperimentale, Darwin, gli anni Sessanta, gli anni Settanta, parte degli Ottanta e dei Novanta, l’anarchia, le vite d’artista, Io.

14-Nel 2014 hai performato per due volte a Londra. Come vedi il mondo della Performance ?
La performance la frequento da oltre venti anni (i miei primi gesti sono degli anni Novanta) e, in essa, ho operato a diversi livelli. Ho messo in atto live dediti all’evocazione, al creare nell’Atto, spettacoli in cui nulla è preordinato e tutto diviene-avviene. A questo periodo poi ne è seguito un altro in cui ho attuato-esposto la mia estetica. In una fase finale le mie performance sono divenute un atto di critica alla razza umana ed ancora all’artista-performer che si atteggia a Vate senza realmente cadere nell’oblio, fingendolo. A questa zona, che reputo in parte conclusa, ho dato molto, speso energie e sangue, disperso forze. Nella performance tutto è già stato detto, il problema è che, in parte, non è stata ancora sdoganata integralmente e molti ripetono cliché obsoleti dichiarandoli originali. In questo momento non sto performando, d’altronde anche con Teatro Ateo ho smesso di andare in scena (dal 2008 con Icaro Caro, ndr); sono alquanto schifato dalla scena attuale; fatte le dovute eccezioni, la trovo falsa ed autoreferenziale. Condivido la critica fatta al sistema performativo italiano (e non solo) da Ilaria Palomba nello splendido ‘Homo homini virus’.

 

Flavio Sciolè 4

 

15-Parlami di Teatro Ateo.
Rispetto alla domanda, io rispetto la domanda, allora: con Teatro Ateo (la parola ateo è ‘inclusa’ in teatro) volevo un teatro che non avesse Dei teatrali da clonare, scimmiottare; almeno in partenza doveva essere il meno derivativo possibile e, comunque, sorgere-nascere-formarsi da un bisogno estremo, un’istanza, appunto, ancora l’istanza. In principio mi sono soffermato sulla scrittura, una scrittura poetica, neutra. Poi nella messa in scena il tutto si è ineluttabilmente disgregato, smembrato, inceppato, devoluto, trasfigurato. Il processo non è stato, comunque, propriamente tecnico, anzi. Dopo varie esperienze teatrali in cui ho acquisito la grammatica ( compagnie, laboratori, accademia, teatro stabile) mi sono dismesso dal ‘sistema’ per sgrammaticare, errare. Questa dismissione non è stata un atto artistico fine a se stesso ma un’istanza, sempre lei, un divenire irrinunciabile. L’antiteatro di Teatro Ateo si esplica coll’uso di luci non teatrali, colla rottura dei tempi teatrali, coll’immissione di elementi non teatrali e ateatrali (ad esempio la performance estrema), con un’antiscenografia fatta spesso di oggetti, simboli, rimandi. Il paradigma dell’intero percorso è la recitazione inceppata. L’inceppatura, l’errore pseudo teatrale non viene superato come indicherebbe la regola ma lì l’artista si ferma (e diviene antiartista) ed erra volontariamente, incespica, reitera e diviene uno sbaglio, lo sbaglio e quindi uomo, dato che non esiste un uomo perfetto. Rimanendo inceppato nel corpo e nella voce l’Uomo lì resta ed espone la propria imperfezione. La parola smembrata all’infinito, impedita, rotta, ripetuta mi porta all’antinarrazione, al non raccontare una storia, a far filtrare un pensiero, un’emozione attraverso una mezza parola, un mezzo gesto.

16-Cinema?
Anticinema: moduli principali dell’azione cinematografica: anticinema, estetica, uso deviato di luce, regia, recitazione, montaggio in macchina. In particolare qui lo sgrammaticare si applica usando al contrario le ‘norme’, non usando una sceneggiatura, esagerando; piccola digressione-trasgressione: cos’è l’arte se non esagerazione? Aggiungere, non togliere ( come tanto cinema ‘moderno’ impone alla recitazione), amplificare. Il montaggio in macchina che ho usato nell’80% dei miei video ( negli altri ho attuato la postdemolizione) ci riconduce ancora all’istanza, al fermare l’attimo, allo stare nell’atto, al non postfalsificare. Il cinema ha solo cento anni ed ha già deciso le proprie regolette (campo, controcampo, ecc.), credo ci siano migliaia di strade inesplorate in questo mezzo ( più del teatro che ha avuto millenni per definirsi, commentarsi, stilizzarsi). Ad esempio, quando ho iniziato cercavo di fare un uso sperimentale ( e non paracinematografico come si usava all’epoca, negli anni Novanta) dei formati non professionali, marcendoli, non migliorandoli. Questa mia ricerca della demolizione del mezzo, della tecnica, parte dalla convinzione che se il messaggio interno è forte passa comunque. Certe riprese disarticolate e di bassa qualità, a me usuali, sono poi state sdoganate da modalità-eventi (ricordo in particolare come al G8 di Genova dei girati con la camera accesa a riprendere il marciapiede e la corsa dell’operatore in fuga divennero valide, ‘normali’ perché valeva il loro contenuto) e dal digitale. L’uso di filtri è sempre stata una scelta chiara, creati da me, non professionali, mutuati dalla fotografia. Altro esempio: la scenografia, continuamente inficiata, sporcata, pulita ma con un elemento ad inquinare. La recitazione, inceppata, decontestualizzata, mostrata palesando il contesto, vilipesa ostentando lo sguardo all’inesistente monitor. L’assenza di musica (anche in Teatro Ateo) per cercarla nella voce, nei rumori incontrati e provocati d’attorno. Citandomi: l’estetica che è parte fondamentale della ricerca dell’artista si compenetra all’etica ed in maniera parallela le due istanze viaggiano sulle emozioni-azioni dell’uomo contemporaneo esplorandone i lati oscuri, affogando nei meandri dell’io, nelle buie nicchie della psiche. Ecco, l’antiarte per me è anche l’etica, assolutamente correlata all’estetica. Nessun compromesso, nessuna discesa nei gironi del patteggio, divenire puro è il fine, tornare feto, ricollegare il cordone ombelicale. La coerenza è alla base del mio essere antiartista. Non bisogna mai cedere alle lusinghe, mai piegarsi e diventare un bene di consumo. In questo, ecco, io mi sono rimosso, autorimosso.

17-Nella recente intervista-fiume per Cinecritica (n.80, 2015, a cura di Domenico Monetti) dici: “I contenuti restano superiori all’ottuso ed insensato cinema americano ma c’è un imbarbarimento generale. Le maestranze restano professionali ma poi: attori che non sono attori, registi incapaci, storie vuote: tutto è peggiorato. Le colpe principali le attribuisco alla politica ed alla TV. Nella fiera del luogo comune bisogna consolare, intrattenere, alleggerire. I talenti fanno il doppio della fatica ad emergere a causa delle corsie preferenziali attribuite ai soliti noti.” Cosa pensi esattamente del cinema americano? Segui gli oscar?
Penso che produca dell’ottima merce, dei prodotti ben confezionati spesso copiati a tanto cinema d’autore. Gli oscar li trovo assolutamente autoreferenziali e complementari all’orripilante sogno americano. Se un amorfo con una mezza espressione è il miglior attore al mondo a Gian Maria Volontè dovevano andarne almeno cento. Morricone, per fare un altro esempio, ne meriterebbe 3-400.

18-E la fiction?
Tranne rari casi è morta da decenni. Gli pseudo attori che interpretano le fiction non fanno altro che sussurrare, scambiano il recitare col sussurrare, l’italiano col dialetto; andrebbero presi a calci in culo e rispediti alle elementari.

19-Cos’è la realtà?
E’ la cosa più oscena da mettere in scena.

20-Come crei?
Dipende dall’Attimo che come sai sfugge. Di recente un video è diventato un testo teatrale ed una poesia è sbocciata in un video.

21-Come vedi l’Italia?
L’Italia è affetta-infettata dall’ignoranza, questo cancro osceno la sta divorando. Bisognerebbe obbligare ogni italiano a leggere. Ogni Utopia è bandita. L’unica via è la fuga. E’ un paese in lutto, morto, il cui cadavere è sbranato, vilipeso, da mille avvoltoi. E di certo la peggiore ‘Itaglia’ che io abbia (e dico abbaia) mai visto. E’ tutto un piagnucolare, solo quando si è colpiti direttamente ci si interessa a questo o quel problema. A questi italiani toglierei il calcio ed i soldi per vederli rantolare: unicamente in questo stato capirebbero il proprio Stato.

22-Non sarebbe ora di riesumare ‘Itagliano’?
Come ti dicevo sopra, la provocazione non ha più senso: la realtà di questo paese ha superato qualunque fantasia. Molti miei video, a distanza di anni, sono ancora attuali.

23-Cosa cerchi?
Lo stupore, lo stupirmi ancora nell’atto, eccedere, debordare. La strada è sempre la stessa, sbagliata e sghemba, inceppata. L’importante è non prendere quelle giuste, sempre troppe a provocarci, a proporci il compromesso, la norma, la regola. Non in fede, ti saluto.

 

Di seguito una poesia e l’esplicazione del set fotografico

 

Santità di un pirata

stagliato

contro un cielo inutile ai vivi

cerco Mompracem

in nere ed immobili onde

e sono

colmo di bende

strette

a fasciarmi

sconnessi ventricoli d’infanzia

e sono un pirata

ed ho una conchiglia a forma di benda

ed ho una benda a forma di conchiglia

mentre vanamente felice

inciampo sulla rena bagnata

e rincorro il niente

ai bordi di un tempo finito

colle tasche piene

di clessidre, rotte.

 

 

Disesplicazione

Ciclo: ‘Santità di un Pirata’

ProtoPerformer: Flavio Sciolè

Foto: Chiara Francesca Cirillo, Archivio Sciolè

Poesia: Flavio Sciolè

Anno: 2014

 

Esplicazione

In questo progetto Flavio Sciolè torna a tematiche a lui care esponendole in foto (fermandole, non un video quindi) all’interno di un set fotografico a cura di Chiara Francesca Cirillo. Contemporaneamente è arrivata la poesia (un’ulteriore immobilità, non la voce quindi) a restituire immagini alle immagini.

Sinossi

Esplicazione performativa in foto e poesia dell’agognata ricerca di un ritorno/ non ritorno ad uno stato infantile colmo di pirateria e santità. (FS)