di Luca Torzolini

Intervista a Chiara Giacobelli 1

Il finale e l’inizio sono momenti essenziali di ogni articolo, racconto, romanzo. Come hai iniziato a scrivere e che sai dirmi ora sull’ultima opera che scriverai?
Ho iniziato a scrivere alle elementari, non appena mi hanno insegnato l’alfabeto e ho preso in mano una penna. Scrivere per me è sempre stato un qualcosa di naturale e innato, nonché il luogo in cui costruivo la mia realtà parallela, magari per sfuggire a quella reale (come per ogni scrittore). All’inizio erano solo diari, raccontini, temi, cose di questo genere. Poi sono arrivati i romanzi mai terminati (a decine) e, infine, quelli ultimati.
Non ho la più pallida idea di quale sarà la mia ultima opera, perché non so quando morirò: potrebbe succedere fra tanti anni, quando sarò diventata una scrittrice affermata oppure una vecchia zittella senza gloria e senza denaro, così come domani stesso.
Ci sono, però, tante opere che mi piacerebbe scrivere prima di morire. In particolare, vorrei terminare il romanzo su cui sto lavorando ora, che parla di Clown Terapia e del delicato rapporto tra paziente-bambino e dottore. È un lavoro per me molto importante, per il quale sto collaborando con l’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze e con la Tribù dei Nasi rossi di Arezzo.

Cos’è per te la sperimentazione e cosa consideri avanguardia?
Sperimentazione è un termine che trovo un po’ abusato, inoltre spesso oggi coincide con il concetto di voler stupire o scandalizzare per forza. Per quanto mi riguarda, mi ritrovo di frequente a pensare che tutto quanto di più importante c’era da dire è già stato detto nel migliore dei modi dai classici e da chi ci ha preceduto. Forse, è allora più importante raccontare la nostra epoca, con le evoluzioni della società e quanto ne consegue, piuttosto che sperimentare per il semplice gusto di colpire o di far parlare di sé.
A me interessano le cose semplici, vere, tratte dalla realtà. Sono meno affascinata dai voli pindarici, così come, in generale, preferisco l’arte romantica dell’Ottocento rispetto alle avanguardie contemporanee. Lo so, sono un po’ nostalgica in questo senso…

In che modo si può evadere dalla tecnica senza perdere la capacità di essere chiari? Qual è il limite delle associazioni fra significante e significato, nella semiotica dei neologismi e del valicare i confini del consolidato e dell’accademico?
Il limite consiste nella volontà di essere compresi da chi legge il testo, che poi non è necessariamente un limite, basta volerlo. Ci sono scrittori a cui non interessa così tanto arrivare alla gente, evadono più per se stessi che non per gli altri.
Io credo invece che qualunque artista sia portatore di un messaggio e, in quanto tale, abbia una responsabilità sociale da cui deriva la necessità di creare qualcosa che aiuti le persone a crescere e ad evolversi, piuttosto che a disperdersi o a involversi. Ovviamente, sono tutti concetti molto relativi.
In ogni caso, non sono il genere di scrittrice che quando è mossa dall’ispirazione artistica si sofferma troppo su un neologismo o su questioni affini. Questa la trovo una materia più adatta alla poesia, o alla saggistica.
La prosa per me deve essere semplice, poco ricercata; più spazio lasci allo stile e più ne togli al contenuto, che invece dovrebbe essere l’unico protagonista.
A me hanno insegnato che il vero autore scompare tra le righe, lascia parlare i personaggi. I giochi linguistici non agevolano tutto questo, distraendo il lettore dal cuore di quella che, secondo me, è la narrativa vera e propria.

Cosa pensi delle scuole e delle accademie?
Penso che siano sempre una buona opportunità per chi se le può permettere. Io avrei voluto frequentare la Holden di Torino da anni, ma non ho mai avuto la possibilità economica di farlo. Va bene lo stesso. Si può imparare anche da autodidatti, soltanto, però, se si ha la fortuna di trovare un buon maestro, tutor, editor o come tu lo voglia chiamare. Qualcuno, insomma, che ci guidi nel cammino e ci aiuti a crescere, altrimenti da soli si rischia di rimanere sempre fermi allo stesso livello.

Intervista a Chiara Giacobelli 3

Esiste la malattia mentale?
Suppongo di sì, ma non sono un medico. Esistono sicuramente dei disturbi della mente e, d’altra parte, esistono delle malattie del cervello che causano conseguenze patologiche. Poi, ci sono tutte quelle forme come lo stress, l’esaurimento nervoso, la tristezza ecc che vengono spesso scambiate per malattie mentali (di certo molto di più nei secoli scorsi rispetto ad oggi), ma in realtà non lo sono.
Personalmente, credo che ci sia un generale abuso di psicofarmaci, o comunque di medicine che vanno a curare stati d’animo gestibili in altri modi, quando non addirittura semplici sintomi di qualcosa di più profondo che non va.
Ma si sa, questa è l’epoca in cui nessuno vuole soffrire. Si sfugge al dolore e alla sofferenza come se fossero la cosa più terribile che possa capitare a un essere umano, invece sono un’estrema risorsa e fonte di crescita.

Libero arbitrio o determinismo darviniano?
Relativismo. Trovo entrambe le definizioni, se prese da sole, troppo estreme.

Spesso si parla di impegno politico in relazione ai letterati. Tu come vivi questo accostamento?
Premesso che non mi sento una letterata, non lo vivo, nel senso che non voglio in alcun modo accostare un impegno politico alla mia arte. Sento un senso di responsabilità sociale nei confronti dei lettori, questo sì, ma non significa fare politica; vuol dire, piuttosto, cercare di contribuire con quel qualcosa che, nel proprio piccolo, possa aiutare il mondo ad evolversi in maniera positiva.

Dio o dio?
Per quanto mi riguarda dio perché sono agnostica (non atea!), ma anche in questo caso mi viene da rispondere in base al relativismo: ognuno ha la libertà di scegliere se esista un Dio oppure un dio e, allo stesso modo, ognuno ha il diritto di essere rispettato nella propria scelta.

Che ne pensi dei giornalisti che fanno domande tipo “Qual è il suo colore preferito?” o “Ho saputo che ha smesso di fumare. È vero?”? E di quelli che fanno domande lunghe 10 righe? Cos’è il giornalismo e quali sono le caratteristiche che un buon giornalista deve possedere?
Mi fanno un po’ sorridere, ma dopotutto sono dell’idea che ognuno può fare ciò che vuole, non fanno del male a nessuno, semmai li prendo come spunti per i personaggi dei miei romanzi.
Le regole del buon giornalista cozzano con le regole del buon giornalista secondo me: io ho smesso di fare giornalismo puro dopo tre anni di cronaca e spettacolo nella redazione di un quotidiano perché non sopportavo di dovermi intromettere nei fatti privati degli altri, soprattutto in situazioni gravi come lutti, incidenti, ecc. Questa è la prima regola del buon giornalista, dunque… io non sarò mai una brava giornalista, in questo senso.
Ugualmente, non sono in grado di fare la critica giornalistica, perché mi manca la spinta alla critica in generale. Penso sempre che non si sa mai chi si ha davanti, quali fragilità sta vivendo in quel periodo della vita, che cosa possa aver passato, quanto di suo possa aver messo in un lavoro e quanto potere di ferirlo io abbia o meno con una critica che magari esce a tutta pagina su un giornale. Non ho mai avuto il coraggio di farlo, per rispetto nei confronti di chi si trova dall’altra parte.
Con questo, non voglio criticare a mia volta tutta la categoria dei giornalisti. Semplicemente, penso che non sia un mestiere nelle mie corde.

Sei d’accordo con tutte e 6 le lezioni di Calvino?
So che potrò apparire alquanto blasfema, ma Calvino non è mai stato tra i miei autori preferiti. Abbiamo modi di vivere la scrittura e la vita in generale piuttosto diversi. Mi ricordo a tal proposito un esame di letteratura che diedi all’università: il professore era un grande amante di Calvino, quindi mi chiese che cosa più mi era piaciuto di lui e del suo ampio mondo letterario. Io gli risposi uno sfrontatissimo “Niente”, ma lo argomentai talmente tanto bene che alla fine mi diede 30 e lode.
Senza nulla togliere a Calvino, che di certo è un mito al pari di Salinger e molti altri, gli autori che io amo si discostano parecchio da questo tipo di realtà narrative.

“Non sono niente./Non sarò mai niente./Non posso voler essere niente./A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.” Così inizia Tabaccheria di Fernando Nogueira Pessoa. Come si pone dentro di te lo stesso argomento?
In questo momento si pone attraverso la paura di non avere il tempo per riuscire a realizzare tutti i miei sogni, che sono davvero tanti, troppi. A dire il vero, mi basterebbe realizzarne uno soltanto, ma purtroppo non dipende solo da me.

Cosa deve avere un personaggio inventato per risultare credibile?
È più credibile se, in qualche modo, trae spunto dalla realtà: per qualcosa che si è visto, un fatto accaduto, dettagli notati sulle persone, momenti rubati. Si è tanto più credibili come scrittori, quanto più si è bravi ad osservare ciò che esiste fuori, rispetto al rimuginare sempre su se stessi.

Intervista a Chiara Giacobelli 2Come si traduce un’emozione in letteratura?
Come una magia. Non è una cosa che spieghi, accade e basta. È un dono che ti viene dato (con cui quasi sempre nasci) e che, se vuoi, puoi contribuire a migliorare nel corso della vita. Ma non lo si sceglie, né lo si compra nelle scuole: lo si possiede per natura, oppure no. Purtroppo la gente quasi sempre non conosce l’altro lato della medaglia, ovvero ciò che questo dono si porta appresso, e che spesso non è altrettanto bello né auspicabile.

Nozionismo o Immaginazione? Se entrambi, come li metti in relazione?
Li metti in relazione con la stessa magia attraverso cui trasformi un’emozione in letteratura. Più pensi a come far accadere una cosa, a come descrivere un fatto, a come veicolare un contenuto reale legandolo all’immaginazione, e più sarai incapace di farlo.
Io, per lo meno, la scrittura l’ho sempre vissuta così: d’istinto. Senza pensarci troppo. E mi piace molto questo concetto di qualcosa – chiamala ispirazione artistica, o quello che vuoi – che a un certo punto arriva, si impossessa di te e crea, nel senso più ampio del termine. È un’esperienza estremamente forte, commovente ed estenuante.

Preferisci la paratassi o l’ipotassi?
Dipende dal modo in cui mi va di scrivere quel determinato romanzo o racconto, che può essere completamente diverso e risultare il prodotto di due autrici potenzialmente distinte. In genere, però, non amo né le frasi troppo costruite alla Proust perché sono un po’ datate per la nostra epoca, ma neppure la paratassi portata all’estremo, come va molto di moda oggi. La trovo in un certo qual modo, se eccessiva, la morte della narrativa e della lingua italiana.

Esiste un equivalente letterario dei cinepanettoni?
Certo, ce ne sono a migliaia sugli scaffali delle librerie e degli Autogrill. Romanzi commerciali sfornati tutti uguali da case editrici interessate principalmente al profitto. Ma il dramma non è questo: il dramma è che la gente li compra in massa, e di conseguenza continuano a vendere milioni di copie.

Quali critiche muovi all’editoria contemporanea italiana?
Non mi sento di muovere critiche perché non sono un editore. Bisogna distinguere bene la differenza tra scrittore ed editore. Io credo che l’artista debba occuparsi di fare il suo mestiere, cioè l’arte. La critica all’editoria la lascio a chi ne conosce i meccanismi meglio di me, o tutt’al più ai giornalisti.

Ogni fine è necessariamente un nuovo inizio?
Per quanto mi riguarda, sì.