di Daniele Epifanio

 
Dalla - CoverÈ inutile ripetere che la maniera di cantare di questo autore, il suo carisma sul palco e la ricercatezza delle sue musiche oltre che dei suoi testi lo hanno reso e lo rendono ancora unico. Lucio Dalla è un mostro sacro della storia musicale italiana, eclettico e prolifico come pochi. Infatti, ancora prima di leggere queste righe, meramente personali, è necessario lasciarsi andare alla sua poesia, superando quell’impatto strano che a volte il suo stile può dare e che inizialmente ci impedisce di farci risucchiare dal suo vortice. Comunque, anche se sembra banale dirlo, la musica è un’esperienza intima e va necessariamente ascoltata prima di leggerne la critica, soprattutto poiché solitamente non ha bisogno di spiegazioni al contrario di altre forme artistiche molto meno intellegibili.
Questo sembra essere un album che è stato in grado di catturare la vita in molte delle sue affascinanti forme. Dall’alto di una visione profonda ma terrena, i brani parlano dell’esistenza dell’uomo, narrandone alcuni degli aspetti futili, pericolosi, inesorabili e finiti e accostandoli a quelli onirici e miracolosi.
I temi sembrano essere pochi ma profondi e sviscerati in maniera chiara: il futuro, che dobbiamo saper abbracciare senza paure, il presente che sfugge e al quale dobbiamo lasciarci totalmente andare, il passato sul quale è inutile piangere, l’amore nella sua duplice forma di schiavitù e libertà.
“Dalla” è il nome dell’album e anche questo sembra avere un senso. Appare come un imperativo rivolto all’ascoltatore, “DALLA!”. Ma dare cosa? Dare la vita a se stessa. Farla tornare alla sua purezza primitiva, poiché nel conciso spazio dell’esistenza non c’è tempo per tentennamenti. Bisogna agire, scrollandosi di dosso quelle paure che ci oscurano e che conosciamo bene o talvolta venire meno anche nostri impegni al fine di dedicarci un poco a noi stessi; come nel brano “Meri Luis”, in cui ‘la ragazza dalle grandi tette’ finalmente abbassa gli occhi e si lascia andare all’amore, o ‘il ragazzo’ decide di piantare in asso il proprio lavoro e di prendere un treno diretto al mare, o infine ‘il tassista’ il quale, piuttosto che di clienti, ricopre i sedili di canne da pesca.
Quello di Dalla non sembra però essere un richiamo alla vita incosciente quanto un appello alla consapevolezza. Vuole che come lui anche noi possiamo sperimentare quell’attimo di libertà che scaturisce dall’atto di coscienza. È un istante in cui ci si rende conto di alcune ineluttabili realtà, alcune soggettive altre oggettive e ci si libera da un grande fardello. “Dalla” sembra esser un album ricco di piccoli e grandi momenti di coscienza, come quello in cui il narratore raggiunge attraverso un percorso dialettico la secessione emotiva e razionale da un amore opprimente, o la traccia numero sette dell’album “Siamo Dei” in cui il pover’ uomo, forte della conoscenza dei suoi limiti, affronta gli spocchiosi Dei attaccandoli con fervore. Questo è un momento di toccante coscienziosità, in cui il cantante sembra raggiungere la sua forma completa: un essere in grado allo stesso tempo di sognare l’infinito come un dio e di toccare la terra come un mortale.
Un album che inizia con un inno all’amore per la vita, quella vissuta per davvero, con “Balla balla ballerino” e che si conclude con un abbraccio a “futura”, colei o colui che ci sostituirà una volta tornati ad essere polvere.
Un album del 1980, completo, simpatico, concreto e allo stesso tempo metafisico, senza alcuna traccia di noia.