di Massimo De Matteis


casta_dei_giornaliCome nei periodi di avvisaglie di grandi rivoluzioni, siano esse politiche, culturali o morali, così, in questi ultimi mesi, si ode ancora l’eco degli strali di persone impegnate a denunciare gli sprechi, gli eccessi e gli abusi. Ma se volete, potete anche chiamarli soprusi che il “popolo” è costretto a sopportare a causa del diffuso malcostume di gruppi di potere (politici, economici, legati al mondo dell’informazione), riunitisi in lobby imperanti ed allo stesso tempo auto-referenziali, impegnate solo al mantenimento del proprio status di dominio acquisito.

Ecco, allora, che si vedono fioccare libri di denuncia contro queste unioni. L’accesso in dette raggruppamenti sociali può avvenire solo per cooptazione o per discendenza più o meno diretta, ossia da legami di sangue o dai vari gradi di parentela, quest’ultimi opportunamente suffragati da raccomandazioni più o meno blindate. Si aggiunga anche la necessità di aderire al modus operandi delle lobby. E questa esigenza diventa di primaria importanza proprio perché la sopravvivenza all’interno degli stessi gruppi di persone deve essere garantita a lungo. Anzi, così prolungata nel tempo è apparsa la gestione dei massimi sistemi da parte di alcuni giornalisti che dette “coalizioni” arrivino a costituire delle Caste, ossia “insiemi” di individui che operano al fine di gestire e mantenere potere senza che esso fuoriesca da un “sistema” per questo definito “chiuso”, poiché non soggetto agli interscambi con il mercato ed alle leggi dei concorsi pubblici, dell’eccellenza stabilita attraverso criteri di meritocrazia. Sono sistemi, però, che al contempo garantiscono privilegi di cui gli esponenti di questi gruppi risultano essere indiscutibilmente e per larga parte gli unici beneficiari. Ma così tanto da ledere qualsiasi forma di decenza perbenista ed incrinando la già fragile cortina di ipocrisia.

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, giornalisti di fama ed editorialisti del “Corriere delle Sera”, con il libro La casta si sono soffermati sulla situazione della politica italiana, focalizzando l’attenzione sui privilegi che i protagonisti dell’amministrazione della vita pubblica si sono autoassegnati in misura sempre crescente, così da divenire praticamente intoccabili. Dagli sprechi perpetrati all’interno dei palazzi della politica (a cominciare dal Quirinale), proseguendo con l’uso indiscriminato di auto-blu, aerei di Stato convertiti a mezzi personali di locomozione, per arrivare al numero sempre minore di anni d’attività necessari ad un politico per ottenere una pensione (anche molto lauta), contrapposto all’incremento di prebende e vitalizi ottenuti attraverso meccanismi lesivi della probità dei cosiddetti rappresentanti della democrazia. Denunciano Stella e Rizzo che sempre più spesso molte imprese o aziende ricevono “casualmente” importanti commissioni statali (caso Lunardi), oltre ad essere, sempre più spesso, eletti.

Tra il parossismo del fiorire di comunità montane in località solitamente note perché paradisi dei vacanzieri estivi ed il brulicare di comuni, province e posti di lavoro per i trombati della politica, che contribuiscono ad ingigantire, se possibile, il fenomeno di elefantiasi dell’italica burocrazia, i giornalisti inquisitori hanno modo di sottoporre alla nostra ratio il grado di degenerazione della situazione. Tutto questo, bisogna dirlo, in maniera assolutamente Bipartisan.

Sono piovute accuse di qualunquismo e di divismo antipolitico, ossia di “sparare nel mucchio” senza fare la_castadistinzioni e di utilizzare accuse generaliste, comodamente sfruttabili per ottenere il consenso popolare ed economico sperato (libri venduti). Queste accuse, oltre a provenire dalla Casta dei politici, derivano anche da colleghi e opinionisti dell’informazione televisiva che, a loro volta sono stati bacchettati nel libro La Casta dei Giornalisti di Beppe Lopez sull’anomala condizione del giornalismo italiano. Egli denuncia i finanziamenti giganteschi che le grandi testate ricevono, ma anche i benefici dei giornali che, pur non avendo una grande tiratura, riescono a spremere dall’indotto politico solo perché “organi” del partito in questione (“L’Europa” de La Margherita). Ci sono, inoltre, dei giornali che, per ricevere contributi da loro ritenuti adeguati, dovendo garantire un numero minimo di copie, stampano quello necessario ad ottenere il detto contributo, pur sapendo che la metà delle copie, se non la gran parte, andrà al macero. La denuncia è rivolta anche verso il metodo utilizzato per rimpolpare gli utili degli azionisti di grandi testate attraverso la prolusione di denaro pubblico nelle casse dei grandi gruppi editoriali o dei già citati organi di partito, cooperative, agenzie, radio e televisioni locali.

La domanda è se sia utile fidarsi degli appunti di una categoria, quella dei giornalisti, capaci di emarginare, probabilmente per occulte volontà politiche, dall’emittente statale italiana, un giornalista serio ed integro come Gianni Minà, il quale denuncia il suo isolamento nel libro intitolato Politicamente Scorretto e raccoglie alcuni dei suoi pezzi più belli e delle conversazioni con personaggi storici della lotta controversa sulla Libertà. E se questa fiducia porti realmente ad assecondare un sentimento di profondo malessere pubblico (ravvisabile ad esempio nella manifestazione del V-Day di Beppe Grillo) e, dunque, non rappresenti solo un vezzo o una moda, ma produca effetti significativi e cambiamenti tangibili. La risposta più naturale è che la conoscenza illumina la strada e rende il nostro percorso più agevole poiché più ampio è il raggio d’azione del nostro pensiero, che attraverso la lettura attinge all’esperienza ed alla qualità di voci critiche di “universi” altrimenti fumosi e sfuggenti nel momento della definizione dei loro doveri e delle loro responsabilità.