di Niccolò Ratto

Se mai dovessimo scegliere un’opera cinematografica in grado di rappresentare e celebrare ogni sfaccettatura della straordinaria e complessa esistenza di noi esseri umani, non potremmo che optare per C’era una volta in America.
Ispirandosi al romanzo prettamente autobiografico The Hoods, scritto dal gangster ebreo Harry Goldberg/David Aaronson (è ancora incerta l’origine del vero nome dell’autore noto con lo pseudonimo di Harry Grey), Sergio Leone dipinge col colore del sangue, del ferro e del cemento un ritratto quanto mai realistico di un’America spietata, cinica e violenta, fatta di rapporti crudi ed esasperati, ove un’amicizia può manifestarsi attraverso il tradimento e l’amore consumarsi in stupro. La labirintica struttura narrativa consente di viaggiare in una dimensione alternativa, a cavallo tra sogno e realtà, all’interno di quasi mezzo secolo di storia americana, scoprendone i vizi e i valori mediante i suoi protagonisti: i bambini. Bambini normali, mai cresciuti, ma troppo in fretta invecchiati, costretti dal tempo a smarrire per strada le tappe necessarie per concludere dignitosamente un percorso obbligato: la vita.
Spesso poco apprezzata dal pubblico e dalla critica per l’eccessiva lunghezza e altri motivi, la pellicola, crudele nella sua onestà e commovente nella sua violenza, è uno dei più grandi film della cinematografia mondiale, pura essenza del cinema e, come tale, risulta di difficile digestione ad un pubblico poco aperto a confrontarsi con differenti modi di osservare la realtà.