di Luca Torzolini


Una vera e propria mosca bianca del cinema. Rolf De Heer è regista e pubblico, un genio che gioca a scacchi con se stesso. Cerca di comunicarci un messaggio su come la famiglia possa influire sulla crescita dei bambini. Bubby, infatti, cresce in trentacinque anni di prigionia in una casa angosciante e ha come carceriere e amante la madre che lo sottopone ad un continuo di slanci emozionali ossessivi.
È una donna abbandonata dal marito e capace di spingersi all’estremo della perversione. Il marito si fa vivo dopo tanto tempo, ritrova il figlio cresciuto e ignorandolo si appresta a ricominciare la relazione con la sua vecchia compagna che così trascura il povero Bubby.
Ma la vendetta del destino non tarda ad arrivare e lui si trasforma nell’ “assassino della plastica” per sfuggire a quelle catene arrugginite. Solo e senza alcuna esperienza si proietta in un mondo pazzo e sconclusionato che non tarda ad accoglierlo in maniera quasi sempre positiva.
Il caso lo porterà tra le gambe di donne “particolari”, in un centro per deformi dove troverà l’amore, al cospetto di personalità mistiche, in una prigione e infine a cantare in un gruppo rock.
Il film è un cazzotto in pieno stomaco che ti insegna che dal dolore a volte può nascere qualcosa, che c’è sempre un punto di vista che non hai considerato. Lo schermo ti cattura ed entra a farsi un giro nella tua psiche senza chiedere il permesso. Lo splatter in confronto è una ninna nanna dolciastra.
I popcorn vi cadranno di mano…