di Stefano Tassoni

Perdonerà l’esimio filologo-romanzo Alfonso Maria Petrosino quest’umile e sgangherata recensione di un futuro collega, ma l’omaggio è d’obbligo. L’opera si presenta come uno snello libercolo di un’ottantina di pagine divise in quasi sessanta componimenti poetici con forme e metrica delle più disparate: canzoni, ballate, sonetti e madrigali si alternano a mottetti, reinvenzioni stilistiche e componimenti burleschi sensu latu, cui da superbo mastice spiccano l’enorme ironia, rivolta spesso verso l’autore stesso, e il gusto dell’irriverente risata trobadorica (e alludo a Guglielmo IX, duca d’Aquitania) persino di fronte alla morte. Colpisce inoltre la padronanza della ritmica poetica a tal punto affinata da saltare da un binario linguistico all’altro; eccone un minimo esempio: “Guardo i piedi della gente/che incontro in corso Cavour/canticchiando nella mente/Gaudeamus igitur”, con inaspettata allusione al canto goliardico simbolo della spensieratezza giovanile universitaria medievale… che dire? La semplice cattura di una perla tanto inusitata lascia piacevolmente esterrefatti, ma la raccolta è ben lungi dall’esser mero (e quindi vano) gioco intellettuale inter pauperes poiché sono semplici pepite adagiate in un forziere di pietre preziose: non risultano imprescindibili al valore di esso ma, una volta colte, si limitano ad aumentarlo. Purtroppo non c’è spazio per citare o anche solo dire altro, pena il ritaglio dell’articolo, ma un’ultima lode è da attribuire alla dedica: “alle ragazze”, da perfetto tombeur de femme degno del migliore Bernart de Ventadorn, non perde tono neanche nell’ardua prova d’indicare un destinatario.