di Daniele Epifanio

Robben Ford Live Orion Club 3/4/2013
Robben Ford Live Orion Club 3/4/2013

 

Live Orion Club 3 Aprile 2013.

 

Niente distorsioni brucianti, niente denti sulle corde, niente mirabolanti show di luci, niente pubblico preso da danzanti convulsioni musicali, solamente chiaro e sincero blues, proprio come doveva essere.
In una carriera musicale ricchissima di collaborazioni eccelse, tra le quali la più importante ai fini della sua notorietà fu probabilmente quella con Miles Davis (noto oltre che per la sua genialità creativa anche per il suo grandissimo intuito da talent scout), Robben Ford costruisce il proprio stile musicale nuotando come un pesce tra le fangose vasche del Blues, del Jazz e del Funk. Salta da una vasca all’altra, porta con sé la scia del liquido in cui era immerso e fonde così vari generi musicali, mantenendo però sempre il suo marchio di fabbrica. Effettivamente è forse quest’ultimo un termine adatto, “marchio Robben Ford” perché da quei due libri (rispettivamente di accordi e di scale Blues) che comprò per insegnarsi l’arte del Blues e dal derivante groviglio di conoscenze, è riuscito ad estrarre un timbro sonoro ed un stile musicale che per un orecchio amante del genere è difficile confondere.
Vedendolo muoversi sul palco mi è venuto da pensare che il tempo da lui passato negli anni ‘70 con il maestro di meditazione Chögyam Trungpa1 (riconosciuto come l’undicesima reincarnazione della linea Buddista dei Tulku Trungpa) deve aver prodotto i suoi frutti: sorridente sin dal primo momento in cui si avvicina al microfono, la sua presenza sul palco rimane, per le quasi due ore di concerto, fortemente positiva.
È accompagnato da un trio di musicisti di altissima qualità e i suoi assoli si alternano a quelli degli altri tre, in particolare a quelli di una piccola tastiera Hammond dietro la quale è appostato Ricky Person; talvolta, con i suoi movimenti scenici ed energici, è lui a incantare il pubblico, ancor più di Robben Ford stesso.
La band presenta l’ultimo album del chitarrista americano Bringing it Back Home e ne alterna i brani con alcuni pezzi storici di Robben, come Nothing to Nobody; un Cd morbido e sorridente, il suo recente lavoro, ricco di cover risalenti all’R&B e al Soul degli anni ‘60, nel quale la chitarra, saltando dallo Smooth Jazz al Blues, non dimentica mai la finalità dell’album stesso: portarvi nella serenità e nel relax con cui probabilmente l’autore sta vivendo i suoi anni. Sorprendente, invece, è stata la performance del pubblico: prevedibilmente statico. Rami d’albero tricolore, di cui le foglie neanche il vento caldo del singolare Blues “marchiato Robben Ford” è riuscito a far danzare. Mi chiedevo se gli occhi incollati sulle sue dita fossero segno di una divina contemplazione della poesia musicale oppure, grottescamente, invidia per un fenomeno artistico che più che meritare semplice apprezzamento necessita osservazione e studio scientifico… l’ennesima conferma che questo genere musicale, che storicamente non ci appartiene, ha attecchito nel nostro paese in modo superficiale. Immagino Robben e gli altri tre musicisti rimpiangere il pubblico americano che, al di là degli onnipresenti urlatori ubriachi, riesce non solo ad utilizzare la vista e le mani per gli applausi, ma è altrettanto capace di farsi trasportare con tutto il corpo dal profondo sound che musicisti di questo calibro sono in grado di regalarci.
1 : Robben Ford’s Bio. on www.robbenford.com