di Edward Ray Davies


Jim Morrison studiò cinema alla UCLA prima di abbandonare e dedicarsi ai Doors. Qualche anno dopo mise insieme una troupe di amici (Ferrara, Lisciandro e Hill) per realizzare un film: è il 1969, momento in cui le major hollywoodiane (e la società americana in generale) affrontano la prima grande crisi ed emerge in modo deciso anche in America una cinematografia giovane e indipendente. È la prima generazione americana che, avendo completamente assimilato la lezione delle “nouvelles vagues” europee e del cinema d’autore internazionale, voglia fare dei film d’arte. In effetti, si tratta di un film sperimentale, stilisticamente all’avanguardia (largo uso di teleobiettivo e jump cut) e narrativamente ambiguo: nonostante possa essere considerato il viaggio di un vagabondo dal deserto alla città, metaforicamente interpretabile come il viaggio dell’eroe/sciamano – lettura rafforzata dalla narrazione in voice over di Morrison del celebre episodio riguardante l’incidente sull’autostrada cui assisté da bambino – il film non ha una vera e propria trama, come lo stesso protagonista dichiarò. Ad accentuare il carattere sperimentale comune a molti film americani coevi sono la quasi totale assenza di dialogo e il finale aperto: il film è chiaramente non finito, e solo poiché fu proiettato a un festival l’anno successivo, poté essere considerato un’opera conclusa. Non uscì mai nelle sale né tantomeno in home video.