di Luana Salomé


 

Cronache degli artisti e dei commedianti: come mai un titolo di questo tipo?
Quando l’ho scritto avevo in mente Oscar Wilde, secondo il quale “è indubbiamente vero che la vita imita l’arte molto più di quanto l’arte non imiti la vita”. Tutti i personaggi dei miei racconti sono attori sulla scena: c’è chi recita consapevolmente, come il vecchio Gustav di Un personaggio in cerca d’autore e chi lo fa quasi inconsciamente come il protagonista di Il confidente. Fatto sta che ognuno di loro non fa altro che impersonare una parte. E l’arte, filo conduttore della raccolta, si diverte a trasformare gli artisti in commedianti e viceversa.

Oscar Wilde, dunque. Quanto lo scrittore inglese ha ispirato i tuoi racconti?
Di certo Wilde ha avuto una grande influenza su di me. Sono molto legata a lui da un punto di vista quasi “affettivo”, essendo Il ritratto di Dorian Gray il primo libro che ho letto. Wilde mi ha insegnato a comprendere la grandezza dell’arte, l’unica cosa in grado di trasformare anche le cose più dolorose e logoranti in “bellezza”. D’altra parte, dopo il capolavoro dell’estetismo, ho avuto modo di apprezzare anche altre sue opere: La ballata del carcere di Reading, ad esempio, mi ha colpita per il modo in cui il poeta è riuscito ad accostare un argomento così crudo ad una tale perfezione stilistica. Nel mio racconto Lontano dalla torre d’avorio, poi, ho usato proprio una citazione di Oscar Wilde, rubata da L’anima dell’uomo sotto il socialismo: “L’arte non dovrebbe mai cercare di rendersi popolare. È il pubblico che dovrebbe cercare di rendersi artistico. C’è un’enorme differenza”.

Altre influenze?
Il primo autore che mi viene in mente è Kafka. Credo sia stato lui a rivoluzionare il mio modo di scrivere. Prima di avvicinarmi ai suoi racconti basavo tutto sulla trama, volevo che fosse avvincente e che colpisse il lettore, magari con un colpo di scena ben macchinato. Poi, invece, mi sono trovata a scrivere “parabole”, più che racconti: mi piace inserire i personaggi in situazioni assurde, surreali. Simboliche, ecco. Cerco di esprimere quello che penso della vita, dell’arte, dei rapporti umani, tramite storie sovrannaturali: nel racconto che ho già citato, ad esempio, Lontano dalla torre d’avorio, Venere che passeggia per le stradine di Roma viene a rappresentare l’arte che tende sempre più a farsi popolare. Così nei miei racconti cerco sempre di trovare il simbolo, l’immagine corrispondente. Altri autori che mi hanno influenzata molto, in questo, sono stati Gogol con i suoi Racconti di Pietroburgo, Puskin, Thomas Mann e Balzac. E devo fare un altro nome: Dostoëvskij: da Memorie dal sottosuolo ho appreso lo stile introspettivo, che mi è stato molto utile per buttar giù Il confidente.

Hai parlato di simboli: sono sempre costanti nei tuoi racconti, nulla è mai lasciato al caso. Ti succede la stessa cosa nella realtà?
La realtà è molto più complicata e sfuggente e lottare contro il caso sarebbe una causa persa. I simboli delle mie storie, perciò, servono proprio a questo, a cercare di fare un po’ di ordine tra i pensieri: non possiamo descrivere la realtà poiché essa è inconoscibile, ma possiamo tentare almeno di rappresentarla sotto altre forme, magari un po’ più semplice. D’altra parte ognuno di noi tende a semplificare la realtà attraverso i simboli: la notte, ad esempio, attraverso i sogni…

Cos’è l’assurdo per te? Frank Zappa diceva che era il Reale. Te lo chiedo perché da quanto mi sembra di aver capito i tuoi racconti partono da una base personale, dalla realtà.
Certo, io credo che ogni racconto, in misura diversa, parta da una base personale. I miei, nella fattispecie, si legano soprattutto ad un modo di pensare: amo la trasfigurazione ed è proprio per questo che mi piace buttarmi nell’assurdo. Perché probabilmente è vero, l’assurdo è proprio il reale. O lo “scheletro del reale”: viviamo legati all’abitudine e sappiamo che ogni giorno il sole sorgerà, che a partorire i bambini saranno le donne e che il cioccolato avrà sempre un sapore dolce. Così finiamo per chiamare “assurdo” tutto ciò che non rientra nell’abitudine e finiamo per dimenticare che alla base ci sono un universo venuto da chissà dove, vite di cui non conosciamo il prima e il dopo e spazi probabilmente infiniti. Di fronte a questo, il confine reale-assurdo diventa molto, molto labile…

Perché hai deciso di addentrarti maggiormente nel mondo dell’arte letteraria e non ad esempio del cinema o della musica?
Probabilmente ognuno sceglie il tipo di arte che sente più vicino. Io ricordo di aver cominciato a scrivere all’età di sei anni, perché amavo tantissimo le fiabe e volevo crearne anch’io. Non mi sono più staccata dalla scrittura, era diventata la mia forma espressiva…

L’Abruzzo letterario ti ha influenzata? Quanto ti senti in debito verso la tua terra?
Mi sento molto in debito soprattutto nei confronti di uno scrittore: Gabriele D’Annunzio. Dei suoi romanzi (mi riferisco soprattutto al Trionfo della morte) ho apprezzato la schiettezza e l’introspezione e delle sue poesie non ho potuto che amare la musicalità. Inoltre, ho letto molti dei suoi articoli e dei suoi saggi e condivido la sua concezione dell’arte, concezione del resto molto vicina a quella di Oscar Wilde.

Progetti futuri?
Sto scrivendo un romanzo e lo sto utilizzando soprattutto per sperimentare nuovi stili e nuove forme espressive… vorrei aggiungere elementi di metascrittura e anche – perché no! – di demenzialità (cosa che manca molto a questa raccolta, fatta eccezione di un paio di racconti). Ho immaginato una lunga storia a cornice, in cui c’è uno scrittore principale che narra le vicende facendo entrare gli ascoltatori attraverso le narici: le parti della cornice saranno demenziali; il racconto vero e proprio più riflessivo. E mi piacerebbe creare una storia d’amore gay tra scrittore e personaggio.

[l’autrice taglia le altre inutili dieci logorroiche righe (… naturalmente non è vero, ha scritto questo solo per mostrare che sta facendo progressi con la metascrittura!![e ha aggiunto questo solo per mostrare che sta facendo progressi con la demenzialità!!])].